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giovedì 5 maggio 2016

The Tag-Along, film del Taiwan tra il drammatico e l'horror



A fine aprile si è tenuto a Udine uno dei miei festival preferiti: il Far East Film Festival. Otto giorni di film orientali dalle 9 di mattina a mezzanotte con eventi collaterali quali mostre, aperitivi con sushi, mercatini e cerimonie del tè.

Per fortuna sono riuscita a rapire una mia amica per guardare un film insieme. Ovviamente la mia scelta è ricaduta su una delle proposte dello psycho horror day. Lei ha acconsentito felicemente... poi ha ammesso che non aveva mai visto un horror in vita sua. In assoluto.
Grande responsabilità la mia... ho seriamente temuto di doverla portare in ospedale per un attacco cardiaco.
Alla fine è andata bene, ha trovato il film 'carino'. E io sono tornata a respirare.


Trama

C'è una leggenda secondo la quale, quando tagli un albero senza un motivo, gli spiriti della montagna scendono in città e prendono una persona per piantarne l'anima al posto dell'albero perduto.
Se la persona rapita fa il tuo nome, ella verrà liberata, mentre tu sarai costretto a prendere il suo posto tra le altre anime piantate nel bosco.
Zhi-wei He vive con la nonna e lavora duro per potersi comprare una casa e chiedere alla propria fidanzata di sposarlo, la quale tuttavia è reticente. Ma sua nonna un giorno scompare e strani eventi accadono. Una bambina vestita di rosso li perseguita, con apparizioni, visioni spaventose e strane frasi.
Nella ricerca di sua nonna, Zhi-wei He verrà rapito dalla bambina, che in realtà è il demone della montagna, il Tag-along, venuto a reclamare l'anima che gli spetta. Toccherà alla sua fidanzata Yi-jun Shen trovarlo in tempo e salvarlo dal destino che lo attende...


The Tag-along è un film del 2015 di Wei-hai Cheng. Ciò che mi ha colpito è la sua doppia natura: horror e drammatico. Non è una semplice lotta contro il male, ma una scoperta di sé e dei rapporti umani mentre un demone cerca di rapirti. C'è differenza. 
Il conflitto tra Zhi-wei e la nonna, un rapporto che si sta logorando nella ricerca d'indipendenza di lui, crea maggiore empatia col personaggio. Potremmo essere noi, con i nostri problemi famigliari. Dà un senso di realtà che amplifica l'aspetto horror. 
Last but not least è interessante come viene dipinta la quotidianità dei personaggi. La colazione, il motto ripetuto in gruppo prima di iniziare a lavorare, il sacchetto per il pranzo... e ovviamente la lingua. Perché al Far East ovviamente proiettano in lingua originale, con sottotitoli in inglese e in italiano. 

Non vedo l'ora di vedere il prossimo anno un altro horror al Festival, ormai è tradizione. Peccato non averne visti altri... ce n'era uno in cui la protagonista sentiva l'odore dei fantasmi. Che ne pensate?

- Lynn 

mercoledì 20 gennaio 2016

L'Austria sospende Schengen. E le conseguenze?



Già in passato l'Austria sospese Schengen, in concomitanza con il Campionato europeo di calcio 2008. Un mese. Ora si ricomincia, e i motivi non sono dei migliori, anzi: immigrazione e terrorismo.
Dopo le stragi di Parigi e le molestie organizzate a Colonia, l'Europa sa di essere il target dell'Isis, e c'è chi si aspetta un 11 settembre europeo.
Ma dove inizia la paura? E dove il buon senso?

Per ora sappiamo che la sospensione è temporanea e sarà ufficializzata entro la prossima settimana. Non si sa la fine, se e quando ci sarà. C'è da abituarsi alla reintroduzione dei controlli alla frontiera.

Gli accordi di Schengen: come nascono


L’accordo Schengen si inserisce in un contesto storico particolare, di transizione. Siamo nel 1985, in un momento cruciale per l’integrazione europea, un momento caldo di trattative e accordi tra gli Stati membri della CEE, la Comunità Economica Europea. Cinque paesi, Francia, Germania e i paesi del Benelux (Belgio, Paesi Bassi e Lussemburgo), decidono di sopprimere i controlli di frontiera interni alla Comunità, siano essi fluviali, terresti o aeroportuali, permettendo ai cittadini europei la libera circolazione e il rafforzamento dell’identità europea. L’accordo viene completato da una Convenzione nel giugno 1990, con la definizione delle condizioni di applicazione e, eventualmente, la sospensione della stessa per motivi di sicurezza. Dopo diverse proroghe e nuove adesioni, il 26 marzo 1995 entra in vigore. 

Perché solo questi paesi? Quello del libero trasferimento delle persone è stato un tema sempre delicato, insieme a quello relativo all’adozione di una moneta comune, nel contesto della creazione della Comunità in quanto comportava la regolazione di leggi e regole in materia di immigrazione, asilo politico e altro, a partire dalle molteplici legislazioni già presenti all’interno dei vari Stati. In particolare, l’Italia non risultò tra i paesi firmatari e in quegli stessi anni avviò delle trattative separate con il governo francese per stipulare un accordo bilaterale sulla stessa lunghezza d’onda di Schengen. Trattative, tuttavia, interrotte a causa della politica italiana permissiva in tema di immigrazione. Il governo italiano, infatti, non aveva intenzione di richiedere permessi di ingresso ai cittadini di paesi terzi, provenienti soprattutto dalle zone mediterranee, mentre la Francia, insieme alla RFT (Repubblica Federale Tedesca), insisteva per una politica più restrittiva. Alla fine, l’Italia chiese l’adesione a Schengen nel 1987, firmando gli accordi nel 1990, ma operativi dal 1997, con l’accettazione delle condizioni poste dai paesi firmatari. Anche Spagna e Portogallo, gli ultimi arrivati, per il momento, nella Comunità, aderirono al Trattato. Esclusa la Gran Bretagna che rifiutò di concedere la sovranità.

Piccola nota: è soltanto grazie agli accordi di Schengen che migliaia di ragazzi hanno avuto, e hanno, la possibilità di studiare all’estero, grazie al progetto Erasmus, finalizzato proprio all’interscambio culturale tra giovani europei.


Sul confine

Avete letto il reportage da Bruxelles?
Il Friuli Venezia Giulia ha sempre avuto rapporti commerciali con l'Austria, al punto che lo scambio di turisti e lavoratori è ormai dato per default. Questi controlli incideranno su questo flusso economico?

Alcuni controlli ci sono già, diversi camioncini fermati ai lati della strada. L'Italia è l'antenna che attrae i migranti, e con loro è matematico che ci sia chi non ha buone intenzioni. Esagerazione? Ma anche no. Si vedono solo caserme piene di rifugiati, che si raggruppano col copri fuoco, che prendono l'autobus. Non fanno del male a nessuno e non ne hanno motivo. Scappano dalla guerra. Viviamo vite tranquille senza che il problema immigrazione sia unito alla paura concreta del terrorismo. O almeno, quelli che non vivono nelle possibili città target.
Ecco, le forze di polizia schierate in questi luoghi pieni di persone possibili obiettivi di un attacco, i controlli, gli occhi puntati su chiunque cammini per strada... è in queste città che si capisce in che razza di situazione siamo.

Ha senso parlare di paura di intaccamento dei rapporti commerciali? Certo. La vita va avanti. Se in gioco entra una variante, si deve imparare a giocare in modo diverso. Sperando che non sia necessario...

Anche la Slovenia, sulla scia del cancelliere austriaco Faymann, vuole sospendere gli accordi di Schengen. Per arginare gli arrivi dalla Croazia.

Fino alla distruzione?

L'Europa ha ancora una volta dimostrato di non essere Europa. E come potrebbe essere altrimenti? L'UE è formata da Stati che nei secoli passati hanno cercato di distruggersi tra loro, riunitisi solo per risorgere dalle ceneri che loro stessi avevano creato, risurrezione che è stata possibile solo grazie ai dollari del Piano Marshall. La mancanza di fiducia tra i tre paesi-guida, Germania, Francia e Gran Bretagna, ha minato seriamente alla base la funzione primaria di cooperazione tra Stati e che diventa palese in periodi di crisi più o meno grave.

Possiamo aspettarci di peggio? Forse sì, ma la strada verso la distruzione totale è ancora lunga, o almeno non chiaramente palesata. Più vicina sicuramente è un'effettiva (non necessariamente legale) disgregazione dell'organo Europa, se non ci stiamo già arrivando.... si spera.




- Lynn, Sher & Ruel

domenica 13 dicembre 2015

Editoriale n.15 Monsanto, colosso tossico


Crimini contro l’umanità. È questa l’accusa con la quale la multinazionale verrà processata nel 2016, pur senza valore legale, ma con lo scopo di accertare le violazioni dell’azienda sull’ambiente e sulla salute.

Multinazionale statunitense di biotecnologie agrarie, nasce nel lontano 1901 nell’Illinois, come produttrice di saccarina, dolcificante artificiale. Con la crisi del ’29 comincia a utilizzare i PCB, policlorobifenili, un nuovo composto resistente alle alte temperature, utile all’industria elettrica. Al di là dell’oscura composizione chimica, basta fare qualche ricerca su internet per sapere che questo simpatico PCB è tossico, come la diossina. La Monsanto lo sa, ma non se ne cura: i soldi entrano in grande quantità, perché preoccuparsi?
Negli anni Quaranta produce l’erbicida  245T, talmente tossico da rendere le praterie americane “silenti”, come denunciato nel libro “The silent spring”, la primavera silenziosa. Così tossico  e cancerogeno da essere utilizzato come defoliante dai militari statunitensi impegnati nella guerra del Vietnam, per facilitare gli attacchi ai Vietcong. Chi li ha riforniti di 245T? La Monsanto, chiaramente.
L’industria chimica si evolve nel tempo e la multinazionale è da sempre al passo con le innovazioni: negli anni Ottanta ecco glifosato e Roundup. Quest’ultimo, in particolare, è un potentissimo pesticida a basso costo, niente di meglio per far gola alla Monsanto. I danni, però, non si riversano solo sull’ambiente, ma anche sugli uomini, ma le lobbies a favore dei pesticidi sono talmente potenti che passano in secondo piano.


Piccola nota: il PCB è classificato come uno dei dodici Inquinanti Organici che incidono sulla fertilità animale e umana, mentre il 245T contiene un ingrediente attivo bandito dal 2006 dall’Europa e classificato dall’EPA come possibile cancerogeno umano. Per finire, il Roundup è causa di malformazioni alla nascita, cancro, malattie neonatali e sterilità.

Arriviamo ad anni più recenti: nel 1997 la lungimirante Monsanto divide chimica e fibre sintetiche, biotecnologie e informatica. La geniale pensata è di produrre una particolare tipologia di semente resistente al glifosato e, allo stesso tempo, continuare a vendere il Roundup stesso. Due piccioni con una fava. Si avvia così la produzione di soia, mais e colza transgenici, ovvero modificati in modo da resistere al Roundup. Tutti prodotti in vendita che arrivano facilmente sulle tavole di migliaia di americani e non solo. L’anno successivo viene brevettato un sistema di sterilizzazione delle piante chiamato “Terminator”, così da impedirne la riproduzione, costringendo quindi il consumatore a comprarla nuovamente, anno dopo anno.

Tutto sembra a loro favore, finché la testata inglese “The Ecologist” non fa i nomi delle persone che hanno preso parte alla creazione del brevetto. La Monsanto riesce inizialmente a bloccare la diffusione delle notizie, ma lo scandalo diventa internazionale e viene tradotto in francese e spagnolo, creando caos generale nei confronti del transgenico e bloccando l’acquisto di soia.
Si alza il polverone e la Monsanto è costretta a ritirare gli annunci pubblicitari in cui spaccia il Roundup come biodegradabile e innocuo per l’ambiente. Da brava multinazionale qual è, però, riesce ad avere la meglio e, anzi, riesce a imporsi anche su organizzazioni mondiali quali il WTO (World Trade Organization).

La Monsanto non si ferma e, anzi, lancia sul commercio il Prosilac, un ormone dalla stessa prodotto, utilizzato nel bestiame accelerarne la crescita: le carni arrivano anche in Europa, le cui norme sono contrarie all’utilizzo di sostanze come questa.

Sulla base di tutte queste informazioni (e, sicuramente, tante altre oscure a noi poveri mortali), il Tribunale dell’Aja valuterà, nel 2016, le accuse mosse contro la multinazionale valutando i danni causati alla salute umana e animale e all’ambiente, sulla base dei “Principi guida sui Diritti Umani e Commerciali” adottati dalle Nazioni Unite nel 2011. Inoltre, sulla base dello Statuto di Roma creato nel 2002 dalla Corte Internazionale contro i crimini, verrà valutata anche l’eventuale responsabilità criminale nella società. 


"The Monsanto Years", Neil Young
I presupposti per una condanna ci sono tutti, e sono ampiamente visibili e facilmente recuperabili grazie a documentari, dossier, libri, interviste. In questo contesto si inserisce la battaglia del musicista canadese Neil Young, socialmente attivo da sempre contro le multinazionali come Strabucks e contro i colossi petroliferi canadesi. Nel 2015 esce il suo 36° album in studio dal titolo evocativo “The Monsanto Years”, un concept album di denuncia ad alto contenuto politico, sociale ed ecologico. Inoltre, la sua campagna contro la multinazionale americana è proseguita con la pubblicazione di un mini documentario “Seeding Fear”. Il video, che trovate in basso, diretto da Craig Jackson, racconta di un anziano agricoltore dell’Alabama citato in giudizio dalla Monsanto nel 2003 per aver utilizzato liberamente i semi di soia OGM coperti dal brevetto della multinazionale. Il figlio dell’agricoltore afferma
“È dura accompagnare tuo padre, che ha più di ottant’anni e si muove a fatica e solo con un carrello per la deambulazione, in un tribunale in cui se la deve vedere con una squadra di avvocati che indossano completi da mille dollari e hanno fatto causa per migliaia di dollari a un uomo che ha fatto la guerra combattendo per la libertà di questo Paese”.
La Monsanto ha prontamente risposto sostenendo che l’agricoltore White avesse consapevolmente e illegalmente seminato e rivenduto i semi coperti dal brevetto.

Che sia vero o no, questo non li rende immuni da tutte le accuse mosse contro da gran parte del mondo.
Dubito che si arriverà alla fine della produzione Monsanto, ma già parlarne e denunciare il discutibile operato può far aprire gli occhi. Ognuno fa quel che può; c’è chi lo fa con la musica, chi con le petizioni, chi con la parole.

 

 
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- Sher

martedì 17 novembre 2015

Arabo e islamico. È la stessa cosa?

La Mecca
Per non rischiare di esporci a futili discussioni, non si entrerà nel merito di ciò che accade in questi giorni. Ma affinché non vinca l’ignoranza, e per fornire qualche utile strumento al dialogo, tornerà utile qualche basilare definizione. Basterà una buona lettura degli studi di Pier Giovanni Donini sul mondo arabo-islamico, evitando in tal modo definizioni inopportune.


Non tutti gli arabi sono islamici, né tutti gli islamici sono arabi. Infatti possiamo affermare che ci sono numerosi arabi che si professano cristiani, e viceversa molti europei che hanno aderito all’Islam.
Chi sono gli arabi? Storicamente erano solo i nativi della penisola araba, quella che oggi comprende Arabia Saudita Kuwait, Bahrein, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Oman e Yemen. La loro espansione nel VII secolo portò sia alla diffusione della fede islamica che una mescolanza con popolazioni per lo più non arabe, quindi, parlare acriticamente di «arabi» significa disconoscere la realtà costituita dalle numerose minoranze non arabe restie a rinunciare alla propria specificità linguistica, religiosa, culturale. Vanno distinti gli «arabi» dagli «arabizzati», coloro che hanno finito con l’accettare la cultura araba.


L’aggettivo  «musulmano», dall’arabo muslim, denota coloro i quali abbiano fatto la professione di fede davanti a dei testimoni, riconoscendosi membri della comunità del Profeta. Allah significa "Dio" in arabo, lo stesso di ebrei e cristiani, mentre  «Islam» alla lettera è tradotto come  «sottomissione, abbandono, rassegnazione». Connotata in questo senso, è più di una religione: l’Islam è un insieme di norme che guidano l’agire umano.


Chiunque uccida un uomo, sarà come se avesse ucciso l’umanità intera. (Sura 5.32)


Il libro sacro è il Corano, rivelato dall’Arcangelo Gabriele a Maometto, è diviso in 114 Sure, le quali uniformano il modo di agire e pensare musulmano. Insieme alla Sunna, testo sacro che vale un codice di comportamento, costituisce la Sharia, ovvero la legge islamica.


Più di un miliardo, i musulmani sono sparsi per il mondo, dove distingueremo un nucleo compatto (stati arabi dell’Asia e dell’Africa), dalle regioni confinanti (Pakistan, Afghanistan, paesi non arabi dell’Africa) e dalle aree periferiche (sud-est asiatico, Bangladesh, Somalia, Balcani, Europa e America). Grazie a conquiste e occupazioni militari, assimilazione ideologico-culturale, opere di commercianti e missionari, tratte di schiavi, espulsioni e scambi di popolazioni, colonialismo, la fede musulmana si è diffusa da una parte all’altra del globo.


Come nel Cristianesimo, e come nell’Ebraismo, all’interno della religione islamica troviamo divisioni di varia natura: sunniti e sciiti, Islam arabo, Islam turco e Islam iraniano, moderati e integralisti, fondamentalisti… estremisti. Le conseguenze, che accomunano le tre fedi, sono sempre le stesse. Attualità e storia insegnano.


Questo un brevissimo ABC per chiunque voglia intavolare una qualsiasi discussione su quanto sta accadendo e quanto ci circonda, una prima lezione introduttiva.


Fonti:
- G.P. DONINI, Il mondo arabo islamico. Chi e quanti sono i musulmani nel mondo, Roma, Edizioni Lavoro, 2002


Marco Scarfiglieri

domenica 15 novembre 2015

Editoriale n°14: Odio fomenta odio, violenza genera violenza


Non voglio unirmi al coro di idioti pro o contro immigrazione, o soffermarmi sulle ragioni di quel che è successo (anche se, a tal proposito, potrebbe risultare molto utile la visione di QUESTO VIDEO). Vorrei, invece, parlare di ciò che ci aspetta.


Cosa ci aspetta, allora?
Inutile negarlo, guerre e odio tra "diversi" esistevano ben prima delle religioni; a conti fatti sono venute contemporaneamente alle guerre e all'odio tra "simili". Le guerre, quindi, non sono MAI esclusivamente portate avanti per ragioni di fede e di odio, ma sono sempre e comunque solo UNO dei motivi oppure una SCUSA. Per esempio, in questo articolo si specifica come l'odio degli ariani verso gli ebrei, pur largamente sentito dalla maggioranza della popolazione tedesca, fosse una maschera dietro cui nascondere il desiderio di controllare territori e/o risorse.


Odio fomenta odio. Violenza genera violenza.
Ed è esattamente quello che sta succedendo.


Politici, cialtroni e semplici coglioni stanno facendo a gara per esprimere la loro sui fatti parigini, su come l'immigrazione vada controllata, su come le frontiere vadano chiuse e su come questo e quell'altro debbano pagarla. Parole che possono tramutarsi in fatti. Odio che genera altro odio. Violenza che genera altra violenza.


Cosa si può fare a riguardo?
Ignorare chi inneggia alla violenza (era accettabile negli anni '30, non oggi che ne sappiamo fin troppo di più.... o così dovrebbe essere) e cercare la collaborazione degli istituti religiosi che ripudiano l'odio. Tenere sotto controllo quei personaggi che possono essere collusi col fondamentalismo islamico (da non confondere con l'Islam) e isolarli prima che possano far danni.
Ma, soprattutto, cercare di fare tutto il possibile per calmierare la situazione in Medio Oriente. Lì c'è un'enorme bomba pronta ad esplodere.


Nel frattempo la redazione di Storici&Salottiere non può fare altro che stringersi attorno alle famiglie delle vittime. Un pensiero lo dedichiamo anche a chi semplicemente lavorava o camminava nei luoghi degli attentati e ha passato attimi d'inferno.


- Ruel

martedì 27 ottobre 2015

Editoriale n° 11: Caschi Blu della cultura, dobbiamo esserne felici?


Settimana scorsa l'Unesco ha detto sì ai Caschi Blu della cultura. La notizia ha avuto enorme eco in Italia visto che la proposta è partita proprio dal Bel Paese, e saranno soprattutto Carabinieri a farne parte, coadiuvati da esperti.

Dopo le distruzioni che ha subito il sito di Palmira da parte dell'ISIS, la formazione di un corpo specializzato che protegga e incentivi la protezione della cultura nel mondo fa ben sperare. Eppure qualche dubbio sorge spontaneo.

Basta una brevissima ricerca su Google per essere sommersi da articoli sugli abusi dei Caschi blu (qui, qui, qui e qui, scegliendo solo i primi della lista) per capire che gli UNPROFOR, le forze di peacekeeping formate nel 1992 per creare situazioni di pace in Jugoslavia, meglio conosciuti come Caschi Blu, hanno fatto tutt'altro che proteggere.

Qualche domanda la si deve porre: anche i Caschi Blu della cultura faranno abuso del loro potere? E che tipo di abuso? Approfitteranno della situazione per un furto legalizzato stile Napoleone? Oppure faranno davvero il loro dovere e gli italiani saranno allora veramente fieri di aver proposto un corpo specializzato così in gamba?

Domande che non tarderanno a trovare una risposta. Per ora rallegriamoci, perché questa notizia ha anche un altro valore: qualunque siano gli scopi, la cultura è stata riconosciuta come un bene da difendere.

- Ruel

sabato 3 ottobre 2015

Costruire Minas Tirith? Bella idea, fallita ovviamente. Ecco perché





Ultimamente sul web è tornato di moda l'articolo in cui si dice che stanno costruendo Minas Tirith nel sud dell'Inghilterra.
Che dire, se l'articolo è appena stato scritto l'autore è un ritardato.
Probabilmente sembra che siano già con calce e cazzuola in mano, ma non  così, perché la raccolta fondi su Indiegogo è chiaramente e palesemente fallita.

Chiedevano al pubblico di donare per un totale di 1.85miliardi di sterline. Sì, insomma, il prezzo di un caffè al bar dietro l'angolo... Capisco per un fan di LOTR la cosa sia sensata, ma credere che il mondo adori questa saga al punto di dar soldi per qualcosa di cui avrebbero usufruito nel 2026! È follia, non è neanche Sparta! (d'ora in poi diremo: questa è blasfemia, questa è pazzia, questa è Minas Tirith!) Con usufruire intendo: in cambio della donazione, in base all'ammontare ricevevi un piccolo premio. Essere nominato lord di Minas Tirith, una vacanza pagata in un hotel di lusso...
Ma andiamo all'elenco e sul perché del fallimento.

1. Chiedere 1.85miliardi di sterline è... Minas Tirith (Se non capite la battuta, rileggete sopra).
Per un modellino in scala così carino
 qualche soldo lo darei anche
2. Chiedere di pagare per un servizio da ritirare tra 11 anni è... Minas Tirith! (Ora l'avete capita, vero?)
3. Utilizzare una piattaforma di crowdfunding anziché trovare un modo per farsi finanziare da privati multimilionari fan di LOTR è... Minas Tirith. (Non ve lo chiedo neanche).
4. Voler realizzare una città anziché un mini parco d'attrazione, o una cittadella in scala è... Minas Tirith.
5. Sei un fan di LOTR. Non sei Elijah Wood che preso dalla nostalgia e da un trip troppo forte di chissà cosa vuole tornare nella Terra di Mezzo. Non ti seguirà nessuno, a parte i pazzi.
6. Costruire una città dal niente, ma niente niente, nulla, limbo, nisba, nichts... tutto questo è MINAS TIRITH!!! 

Almeno che non sia una truffa. Con Indiegogo, nel caso la cifra richiesta non venisse raggiunta nel tempo determinato, i soldi ritornano ai donatori. Anche se attualmente non sono stati ancora restituiti. Speriamo in bene per i 2280 donatori.

Ora ho esternato le mie convinzioni.
Spero di avervi fatto capire come ho interpretato tutto questo.

Saluti,
Lynn 

mercoledì 30 settembre 2015

The poetry brothel, il Bordello della Poesia (si vendono parole)

Da Le Bordel De La Poesie, Paris

I bar non sono più solo bar e i bordelli non sono più bordelli. Non si vendono corpi, si vendono poesie.

Non ricordo neanche quando sono venuta a conoscenza di questo fenomeno, anni fa suppongo, quando ancora c'era un'unica sede a New York, e ora si sta espandendo in tutta Europa (Italia esclusa).
Sto parlando del Poetry Brothel, il Bordello della Poesia.

Qui non ci sono donne e uomini che vendono prestazioni in natura, ma poesie, declamate con orchestra sullo sfondo in stile cabaret, in un'atmosfera tra lo sfarzo della Belle Epoque e le tinte fosche degli incubi d'epoca vittoriana.
Le donne indossano gonne e bustini, gli uomini tube e monocoli per diventare un personaggio, il protagonista di un romanzo nella loro mente ed è così che alchimisti, streghe e ripudiate calcano la scena, con parole proprie o di maestri come Lord Byron e Baudelaire.
Come ogni bordello che si rispetti, c'è una madame, una signora della casa che gestisce gli spettacoli, l'aspetto finanziario e diventa il tramite tra le protette e chi vuole assistere a una declamazione poetica privata. Sì, c'è anche questa opzione.

Palazzi dimenticati, o decadenti, l'importante è che ogni minimo dettaglio non sia fuori posto.
Siamo nel lato oscuro del 1800, dove l'austerità e il controllo osannati all'eccesso hanno lasciato libero mr. Hyde.
The Poetry Brothel: New Orleans
Si degusta assenzio, bourbon e vino mentre ci si gode uno spettacolo che stuzzica mente e corpo. Le parole poetiche, certo, eccitano intellettualmente, ma una donna in corpetto, crinolina e piume sicuramente ha il suo fascino.

Ora ho solo bisogno che ne aprano uno in Italia... noi di Storici&Salottiere potremmo dare una mano. Seriamente.

- Lynn




martedì 29 settembre 2015

Borut Pahor, il sogno di un presidente sloveno

Qualche giorno fa ho scritto un reportage su Gusti di Frontiera, la kermesse gastronomica glocal sul confine italosloveno.
Nelle ultime ore però ho scoperto che un noto politico d'importanza internazionale vi ha fatto visita.
Borut Pahor, presidente della Slovenija.
foto presa dalla pagina ufficiale fb di Gusti di Frontiera

Mangiando col presidente

Insomma, non è da tutti i giorni avere il presidente di un altro Stato in giro per un festival come un comune mortale, soprattutto quando c'ero pure io e c'è mancato poco che lo incontrassi.
Era in compagnia della campionessa olimpionica slovena di sci Tina Maze, che nella sua vita ha conquistato ori e coppe prima nello slalom gigante, poi nelle altre declinazioni della disciplina.

Pahor si è mostrato felice nella registrazione di Telefriuli di essere a una manifestazione come Gusti di Frontiera. Aveva passato anni da ragazzo a sognare una cooperazione simile tra i due stati, per crescere insieme.
"Sono contento di quanto finora è stato realizzato. E' una cosa meravigliosa, si è avverato un sogno che avevo sin da ragazzo." (fonte Il piccolo)
Ho chiesto a Sher il suo parere.

Oltre le frontiere



Sicuramente si intravedono, seppur ancora all'orizzonte, spiragli di cooperazione internazionale e, se a metterci la faccia è un Presidente, le aspettative sono ancora più alte. Il fatto che ci si trovi in una circoscrizione territoriale che comprende Slovenija e Friuli è indicativo; infatti, per quanto poco ancora conosca la regione, il Friuli è molto più orientato in ambito europeo-internazionale, essendo regione di frontiera. Questo dovrebbe costituire un esempio per l'Italia intera, incentrata in un circolo vizioso di cooperazione estera essenzialmente fine a sé stessa. Mi auguro che anche il progetto di interscambio tra i due Stati non rimanga utopìa del Presidente sloveno, ma che possa espandersi realmente a livello nazionale.

Proprio qualche mese fa, lo scorso Aprile precisamente, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, in visita a Ljublijana, ha incontrato il Presidente Pahor e, non a caso, tra i temi affrontati spiccavano le riflessioni sulle stragi nel Mediterraneo e la salvaguardia delle minoranze linguistiche.

Ho passeggiato dall'Italia alla Slovenija senza essere fermata alla frontiera, senza pormi dei problemi... Senza neanche accorgermene! Una sensazione mai provata prima, ma direi assolutamente elettrizzante, strana, piacevole. Perché alla fine, le barriere più pericolose, sono sempre e comunque quelle mentali.

Lynn & Sher

domenica 27 settembre 2015

Gusti di Frontiera, cibi del mondo in un centro città

E per essere precisi il centro città di Gorizia a 27km da casa mia. Il che mi rende difficile non prendere il portafogli e tornare là a ingozzarmi di cibo.



Gusti di Frontiera è una kermesse enogastronomica glocal, cioè: paesi da tutto il mondo vengono in questa città del profondo nord-est e presentano dei piatti selezionati dalla loro cucina tipica.
Le vie vengono chiuse al traffico e si riempiono di stand, ognuna rappresentante un paese diverso.
Ed è così che abbiamo ad esempio il Borgo Austriaco con le wienerschnizel, il borgo Sloveno con i cevapcici, il Borgo Argentino con la carne di toro...
Quest'anno si è aggiunto anche un Borgo orientale, con stand di cucina cinese, giapponese e thai. In più per 15€ avevi anche un massaggio ai piedi.

Potrei dilungarmi sul prestigio, sugli ospiti, su Benedetta Parodi e Carlo Cracco che hanno presenziato, sulla Campari Academy di Milano e sui mastri birrai... ma no. Tutti questi incontri me li sono persi perché il mio stomaco voleva vivere la kermesse a modo suo.
Come in passato ho già fatto, ecco il tour de Lynn, studiato e rodato per voi.
(So di sembrare una critica gastronomica, in realtà amo il cibo e il mio stomaco è una voragine così infinita che son stata chiamata aspirapolvere a Napoli. A Napoli! Cioè, mega pizze, mega lasagne... insomma, avete capito, right?)

Gusti di Frontiera by Lynn


Sabato
Dopo aver parcheggiato vicino a una sinagoga, dettaglio non rilevante ma vabbe', sono andata dritta verso il Borgo Britannia. Inghilterra e Irlanda dominavano piazza Vittoria, la piazza principale di Gorizia, ma l'unica bandiera che per me sventolava era quella della Guinnes. Be', anche la Tennent's...
Con una fame incredibile mi sono fiondata a uno stand irlandese e mi sono pappata in cinque minuti un tortino in pasta sfoglia ripieno di spezzatino ricoperto di salsa alla Guinnes contornato di purè.
Ovviamente dovevo contornare con una birra degna del pasto e così un gentiluomo in un bus rosso londinese a due piani mi ha spillato della Kilkenny mentre proprio in quel momento è saltata la corrente. Probabilmente l'eccitazione del mio stomaco ha mandato in tilt il bus.

Ma non è finita qui! Quale ragazza andrebbe via senza un cupcake? Alla red velvet, tutto sbrilluccicoso. Rosso sbrilluccicoso.
Messo a posto le questioni di cibo ho proseguito il giro. Credo di aver attraversato il Borgo dei Balcani, costeggiato il Borgo Orientale, incrociato quello Francese, percorso quello Americano e tutto questo per patire sofferenze atroci. Perché in realtà questa parte della città si chiamerebbe Borgo delle Americhe e in Sud America fanno certe grigliate... avrei voluto divorare tutto, ma fisicamente non ne avevo la possibilità. Così mi sono distratta guardando una crew brasiliana che ballava, le ragazze prese dalla samba e il ragazzo con la capoeira.
Un giro in medioriente, uno sguardo alla Grecia e si torna in macchina.

Domenica
Non sto a scriver paragrafi interi, perciò ecco il menù per due persone consumato in ordine cronologico:

  • 1/2 pinta Kilkenny, 1/2 pinta Tennent's;
  • Paella e Burrito;
  • Sangria. 
E son pure tornata a casa con un pacchetto di sciolto Assam preso in Borgo Britannia.
La felicità!


Note su Gorizia

Gorizia è nota per essere la città divisa in due. Gorizia e Nova Gorica, attaccate fino al 1947, poi divise da un muro fino al 2007. Con l'entrata nel trattato di Schengen è stata tolta la frontiera e la gente ha iniziato ad andare in Slovenija a giocare ai casinò, a far benzina, a prender le sigarette (costa tutto molto meno) e alcuni ad andare ai night club. 
Io ci andavo per le passeggiate, 20 minuti a piedi e ti trovi all'estero dove a momenti la birra ti costa meno dell'acqua. E le birre sono fantastiche, consiglio Union radler al limone e Lasko Dark.
Ma tornando a noi: quale città per una kermesse multiculturale è meglio della città con due anime (ita e slo)?

- Lynn

ps: per saperne altro su eventi, cibo, storia e tanto altro, lika Storici&Salottiere!

domenica 14 giugno 2015

Studentessa protesta contro insegnamento di Persepolis, Gaiman e altri fumetti

Su facebook seguo uno dei miei artisti preferiti, Neil Gaiman, e mi è dispiaciuto vedere condiviso da lui un link a una notizia scioccante: una studentessa universitaria della California ha protestato contro l'insegnamento di Sandman in un corso di narrativa di genere. 
Tratto dal volume incriminato
Al che mi si è spezzato il cuore. 

La protesta

Cerchiamo di capire il contesto.
Questa studentessa, Tara Shultz (terribile che abbia un cognome così bello) doveva scegliere un corso di narrativa, uno che avesse determinati requisiti, e le possibilità non erano poche.
Ha scelto il corso del professor Bartlett, che avrebbe incentrato le sue lezioni sui fumetti e le graphic novel. 
A corso iniziato, si è indignata davanti a delle opere pornografiche e da spazzatura e, con i suoi genitori, ha iniziato una protesta fuori dall'università.

"Mi aspettavo Batman e Robin, non pornografia." 

Le opere incriminate

Io ho letto due di queste opere, di una invece ho sentito parlare. Ma andiamo nel dettaglio.
- Y: the last man: un uomo si ritrova a essere l'ultimo essere maschile, a parte la sua scimmietta, su tutto il pianeta. Ci sono lesbiche, c'è qualche seno scoperto, ma niente di più. Ma a quanto pare è sessista, pornografica... per me è una grande opera.
- Fun Home: Wikipedia dice che il fumetto parla di scoperta dell'orientamento sessuale. Hm, di nuovo lesbiche. Scommettiamo che la Tara è omofoba?
- Persepolis: credo che qualcuno abbia visto il film d'animazione. Ha vinto pure l'Oscar. Di cosa parla? La vita di una bambina obbligata a indossare il velo sotto il potere dei fondamentalisti islamici. No, davvero, questa è spazzatura?
- Sandman 2: the doll house. Ammetto che Gaiman usa certe immagini forti, ma da qui a dire che è pornografia! Non è puritano, è schietto, se immagina una cosa in un certo modo, sarà così. Se pensa che una musa debba essere svestita, la musa sarà svestita (quest'ultimo riferimento è attinente a un altro episodio che ho letto, sempre su Sandman).

Follia pura

Insomma, tutto ciò a mio parere è follia. Blasfemia. Senza Sparta. 
Mettiamo che Tara (mi rifiuto di chiamarla col cognome del creatore di Charlie Brown) non capisca quanto è fortunata ad avere un professore così avanti, così lungimirante, così geniale da portare come bibliografia dei fumetti e pure di alto livello culturale, in ogni caso avrebbe potuto cambiare corso senza avere la media intaccata, e la possibilità effettiva c'era, dato che la lista era stata pubblicata settimane prima con i vari dettagli.
Il mio pensiero: la bigotta non ha guardato i libri perché impegnata a far festini. Al momento di consegnare il saggio, ha tirato fuori tutto la sua bigottaggine e ha fatto casino, assumendo il ruolo di regina-bigotta-salvatutti. Ma da cosa? Dall'omosessualità? Dalla lotta contro il fondamentalismo islamico? Da un dio dei sogni che salva i buoni dai cattivi? 
O dal non aver degnato di uno sguardo la bibliografia del corso che ha scelto solo perché magari leggere fumetti sembrava un gioco da ragazzi?
Non lo so e non voglio sapere. 
So solo che mi spiace per Gaiman. Neil, non meriti questo. Certa gente è la vera spazzatura.

- Lynn 

domenica 24 maggio 2015

Expo sì, Expo no: cosa mi è rimasto e perché



Sono mille le contraddizioni che si abbattono su uno degli eventi più importanti a livello mondiale. L’Esposizione Universale del 2015 si svolge a Milano nel periodo compreso tra maggio e ottobre, ma questo lo sappiamo tutti.
Inizialmente ero scettica, poi ho pensato che sarebbe stata una buona occasione per vedere da vicino cos’è realmente l’Expo, cosa potrà lasciare all’Italia, come i vari Paesi del mondo hanno interpretato il tema centrale, ovvero nutrizione e alimentazione. E così ci sono andata, forse per tornare sui miei passi e cambiare idea o, probabilmente, per fondare i miei dubbi e il mio scetticismo. Ed è andata così.

Diario di bordo… Si parte!
Dopo una piacevolissima e caldissima giornata a passeggiare per le vie di Milano gremite di gente, si parte per Expo 2015. Tralasciando inutili dettagli di viaggio, la prima cosa che mi ha colpito, entrando nell’area adibita per l’esposizione, è stata la presenza inevitabile degli stand McDonald’s, Coca Cola e Ferrero. E non si tratta di essere “prevenuti”; semplicemente erano lì, di fronte ai miei occhi. Primo punto negativo, ma la giornata è ancora lunga per rimediare. Fortunatamente, infatti, in breve tempo la scenografia è cambiata aprendosi alla strada principale, il “Decumano”, sui cui lati si estendono i padiglioni dei vari Stati del mondo.


Primo padiglione: Italia, (non) banalmente
Forse banale, ma il primo padiglione visitato è stato quello dell’Italia. Un’ora e mezza circa di coda, resa piacevole dagli imponenti giochi d’acqua e di luce dell’Albero della vita, simbolo del nostro padiglione, nato dall’idea creativa di Marco Balich.
Ventuno professionisti raccontano la propria esperienza
Entrando nella struttura, il colore bianco salta subito agli occhi: ci spiegano, infatti, che non è casuale, ma sta a indicare la purezza. Ci sto ancora pensando su.
Ci informano, inoltre, del percorso che affronteremo: un viaggio alla scoperta del Belpaese attraverso le “potenze” che ci caratterizzano. Si parte dalla potenza del saper fare: una storia per ogni regione raccontata attraverso le parole di professionisti dell’ingegno e dell’arte; uomini e donne che credono nell’Italia e nelle sue potenzialità.
Al secondo piano, la parte a mio avviso più suggestiva e affascinante, rappresentante la potenza della bellezza. Si entra nella “sala del caos” in cui luci a intermittenza e pedana dissestata rendono lo spettatore spaesato; all’uscita ci si trova di fronte a diversi schermi televisivi che trasmettono notizie sulle diverse emergenze ambientali degli ultimi trent’anni. Ansia e riflessione che preparano alla vera bellezza dell’Italia, ovvero arte e paesaggi naturali. Diverse stanze allestite con specchi che riflettono su tutti i lati i luoghi più incantevoli, dal mare alla montagna, dalle città arroccate tra le rocce ai paesaggi fluviali, immergendo il visitatore all’interno degli stessi. Un’emozione unica, devo ammetterlo. Mi sono trattenuta minuti e minuti ad ammirare quanto ci sia di bello nel nostro territorio e quanto poco, realmente, lo conosciamo. Stesse sensazioni nelle sale dedicate all’architettura e alla pittura: colori, stili, epoche diverse. Proseguendo la visita mi sono davvero resa conto del perché il nostro sia il Belpaese.
Sala degli specchi: arte e bellezza d'Italia

Installazione tridimensionale "Italia: se non ci fosse?"

Un’interessante installazione è quella di risposta alla domanda “Italia: se non ci fosse?”: una grande plastico tridimensionale riporta tutti gli Stati che si affacciano sul Mediterraneo, a esclusione dell’Italia. Un vuoto, solo acqua a far riflettere il visitatore su quanto sia fondamentale la presenza dell’Italia nel Mediterraneo, ieri come oggi, tesi confermata da interviste rivolte a personalità di fama mondiale riportate su diversi schermi all’interno della stanza.



Al terzo e ultimo piano ci si affaccia su una stanza scura, dove predomina la presenza di una riproduzione dell’Albero della vita al centro, tutt’intorno, teche di vetro accolgono spunti, idee e progetti provenienti da ogni regione d’Italia legati al tema dello sviluppo sostenibile nel rispetto del territorio. Ed è così che si ipotizzano coltivazioni sottomarine o su Marte. Infine, il visitatore è invitato a passeggiare in un vivaio di 21 piante, una per ogni regione, a testimonianza della consistente biodiversità presente sul nostro territorio.  Sono, queste, la potenza del limite e la potenza del futuro.
Zafferano d'Abruzzo per l'allestimento delle coltivazioni regionali
Prima di abbandonare definitivamente il padiglione, si invitano i visitatori a firmare la Carta di Milano, un documento articolato in quattro punti, redatto dai maggiori esponenti italiani e internazionali che si impegnano ad assumersi le proprie responabilità in tema ambientale per garantire alle generazioni future il diritto al cibo.
Uscendo dall’imponente padiglione dell’Italia ci si sente inevitabilmente fieri della propria terra e fiduciosi per il futuro, nonostante rimanga sempre l’amaro in bocca pensando a quanto poco valorizziamo i nostri territori e a quanto poco siamo credibili politicamente ed economicamente agli occhi degli altri Stati.

Si prosegue alla scoperta del mondo: Nepal e Vietnam
Padiglione del Vietnam
I tempi sono quelli che sono e i padiglioni da visitare sono tanti, troppi. È necessario, purtroppo, effettuare una scrematura e una selezione mirata degli Stati da visitare, altrimenti si rischia di passeggiare a vuoto e non visitare nulla. Io mi sono concentrata principalmente sul Sud-Est asiatico e, quindi, sono andata alla scoperta del Nepal che, sfortunatamente, non era completo a causa del blocco dei lavori a seguito del disastroso terremoto che ha colpito il Paese, nonostante la struttura promettesse bene.                                                                                                          

Il Vietnam ha regalato uno spettacolo bellissimo di balli e canti tipici: donne favolose avvolte in abiti tradizionali e dalle movenze regali ci hanno resi partecipi del cambio di abiti di una donna d’alto rango, il tutto accompagnato da strumenti di cui non conoscevo l’esistenza e voci pulite e lineari.

La Thailandia raccontata dagli occhi di Sua maestà
Grande sorpresa, ma anche perplessità, nel padiglione della Thailandia, la cui struttura riprende simpaticamente il cappello tipico dei contadini: tre sale attraverso le quali ci hanno fatto conoscere le bellezza naturali del paesaggio thailandese, la cucina tipica, ovvero quella di strada, e le innovazioni tecnologiche e professionali e, alla fine, e da qui il mio storcere il naso, un filmato di propaganda a Sua Maestà Rama IX: tutto bellissimo, tutto all’avanguardia, tutti che si vogliono bene, ma cosa c’entra con l’Expo? Sono uscita dal padiglione con le idee confuse, poi, però, ho pensato che, effettivamente, l’amore incondizionato per il Re è dovuto anche al grande sostegno nei confronti dei contadini thailandesi volto alla sostenibilità delle coltivazioni. Insomma, non è detto che se io non sia in linea con la politica del mio Paese, per forza tutti debbano essere contro le misure adottate nel proprio. E, questo, credo sia un ulteriore spunto di riflessione.

In Cina alla scoperta delle tradizioni contadine
Servizio da té cinese
Per chiudere il quadro, eccoci in Cina, una imponente struttura che ricorda le suggestive case contadine, a indicare la stretta relazione tra uomo e ambiente, ricordando uno dei principi cardine della filosofia cinese, ovvero che l’uomo è parte integrante della natura e, da qui, il suo dovere di rispettarla e preservarla. Un percorso attraverso la storia, le vie della seta, testi in esposizione e la storia del tè, alimento tipico della cultura cinese, che ho apprezzato tantissimo, essendo amante della bevanda.

Testi in lingua cinese




Tutto raccontato con un occhio di riguardo alla tradizione contadina e ai paesaggi rurali, facendoci dimenticare, per un po’, della potenza emergente che sta conquistando tutti i mercati mondiali. Quasi da far tenerezza!


 Qua e là per l’Europa: l’originalità olandese
Area relax nel padiglione olandese
Non un padiglione, ma uno spazio aperto ispirato a un luna park per i Paesi Bassi che hanno allestito l’area a loro disposizione con autobus e carretti adibiti alla vendita del cibo e un tendone da circo all’interno del quale sono trattati i temi cardine della predisposizione olandese, ovvero la condivisione, la crescita e lo sviluppo. La sensazione iniziale è stata di leggerezza da parte degli olandesi nei confronti del tema, impressione immediatamente eclissata passeggiando e leggendo le informazioni esposte.



10+ al Regno Unito
Un viaggio attraverso gli occhi di un’ape. Ecco spiegata la vegetazione alta e l’imponente alveare da raggiungere alla fine del percorso, il tutto accompagnato dai suoni prodotti da un vero alveare in collegamento dal Regno Unito. Semplice, ma d’impatto. L’attenzione è rivolta all’importanza indiscussa del ruolo delle api nell’ecosistema, incorniciata da studi idi ingegneria agraria.
Percorso verso l'alveare
Nessun eccesso, nessuna pomposità, nessuna propaganda, ma soltanto una grande diligenza nell’affrontare i temi portanti dell’esposizione. Unica contraddizione, a mio avviso, è stata la stampa e la consegna di biglietti orari per evitare inutili code senza che ce ne fosse il bisogno. In ogni caso, tanto di cappello al Regno Unito!

Nel cuore dell’Europa con Austria e Francia
Tra gli alberi del padiglione austriaco
Una bellissima passeggiata all’interno di una foresta. Così si presenta il padiglione dell’Austria in cui il verde predomina incontrastato su ogni altra cosa. Una scritta accompagna attraverso un ponte che apre la via al padiglione: Breathe, respira.
E si respira davvero aria fresca; sembra di essere in un’altra dimensione. Il percorso è costellato di informazioni sullo stato delle foreste e sui problemi ambientali e, alla fine, le domande “Cos’è, per te, l’aria?” e “Cosa faresti per migliorare il pianeta” invitano alla riflessione e a un esame di coscienza sulla mano pesante dell’uomo nella natura, lasciando agli ospiti la possibilità di rispondere con il proprio pensiero. La risposta più comune alla prima domanda? “L’aria è vita”.

Particolare di una parete nel padiglione della Francia
In Francia si è introdotti in un ampio spazio pieno di informazioni, curiosità e spunti di riflessione. La prima impressione è di confusione e disordine, poi proseguendo nel percorso ci si immerge nel mondo francese: dal mercato cittadino, alla flora rigogliosa alle specialità tipiche del Paese. Le volte del padiglione sono interamente ricoperte di vegetazione, bottiglie e utensili da cucina, con soluzioni per produrre al meglio. Alcune di queste sono l’introduzione di tecnologie in sostituzione del lavoro umano e impiego in agricoltura di OGM: padiglione partito bene, ma finito male.

L’Angola che non ti aspetti e il Brasile “non solo samba”
Legumi angolani
Mi ritrovo per caso in Angola dopo aver letto un articolo pubblicato da HuffingtonPost su come mangiare all’Expo con 10€. Il padiglione si articola in diversi piani seguendo la forma di un baobab africano; i colori riportano all’Africa e l’ambiente è accogliente. In particolare, ho apprezzato il piano dedicato ai prodotti della terra e, quindi, semi, legumi, frutta e ortaggi esposti e riccamente descritti. Purtroppo siamo arrivati tardi per il pranzo e ci siamo dovuti accontentare di ottimo pollo con polenta, ma il tutto è stato reso piacevole dallo spettacolo di musica e danza angolane che hanno intrattenuto gli spettatori presenti. Pollice in su per l’Angola!

Ingresso padiglione del Brasile
Il Brasile accoglie i visitatori a superare una enorme rete per entrare nel padiglione, un modo accattivante e divertente per attirare visite. All’interno, un percorso in cui vengono mostrate le avanguardie tecnologiche del Paese, sempre attento al rispetto dell’ambiente e all’utilizzo di energie sostenibili. In un altro ambiente vengono riprodotte la storia e la cultura di questa terra lontana con testimonianze fotografiche, sculture e libri antichi di cucina e tradizioni. Nel percorso verso l’uscita, un giardino all’aperto mostra i prodotti tipici del Brasile.
Giardini pensili nel padiglione del Brasile
 Inaspettata presenza del Vaticano
Anche la Santa Sede sbarca all’Expo con un padiglione di modeste dimensioni. All’interno l’ambiente si presenta austero ed essenziale con una suggestiva parete completamente ricoperta di foto e immagini provenienti da tutto il mondo e, al centro della stanza, dei monitor proiettano informazioni sull’impegno della Chiesa nelle questioni ambientali e di sostegno alla popolazione. All’uscita ci invitano a prendere dei “regali”, ovvero raffigurazioni di papa Francesco che, però, prevedono un’offerta libera. E pensare che mi stava piacendo…

Kazakistan: last but not least
Protagonista del prossimo Expo nel 2017 con il tema dell'energia, il Kazakistan ha deciso di fare le cose in grande. E ci è riuscito!
Albero di mele tipiche del Kazakistan

 A partire dalla maestosa struttura che non passa di certo inosservata, dopo qualche minuto ci fanno entrare in una stanza in cui una bravissima artista disegna sulla sabbia la storia del Kazakistan, accompagnata da una voce che ci aiuta a comprendere. Si passa poi in una stanza ampia e luminosissima in cui vengono mostrati i prodotti tipici della zona: dalle mele “giganti” al prelibato caviale prodotto dallo storione in via di estinzione. Tutti sono cordiali e disponibili e un simpaticissimo signore ci illustra come il lago salato d’Aral, un tempo tra i più grandi del mondo, si sia prosciugato a causa dell’uomo.


L’ultima parte prevede la visione di un docu-film in 4D in gli spettatori sono messi a conoscenza della potenzialità del Kazakistan, della sua capitale Astana all’avanguardia e delle mille risorse agricole e commerciali. Un Paese che viene presentato come congeniale ad ospitare la prossima esposizione universale… Si vedrà!

Cluster del caffè e padiglione Save the Children da non perdere
Cluster del caffè: Etiopia

Assolutamente da visitare il cluster del caffè al cui interno molti Stati principali produttori di caffè hanno esposto prodotti e abiti tipici, soprattutto africani. Splendidi i colori dell’Etiopia e del Burundi, così come quelli di Yemen e Repubblica Dominicana. I corridoi tappezzati di immagini scattate da Sebastião Salgado, fotografo che apprezzo da molto tempo, hanno reso il tutto ancora più piacevole.

Cluster del caffè
Stessa cosa per lo stand di Save the Children, nel quale sono capitata per curiosità personali e nel quale ci hanno trattenuti per più di un’ora rendendoci consapevoli dell’impegno e del lavoro che i volontari operano in moltissime zone del mondo. Emozionante e da brividi; tempo speso benissimo.




Expo promosso o bocciato?
Promosso, fino a quando non si esce. L’atmosfera è accogliente, gli eventi sono tanti e l’organizzazione mi è sembrata molto buona e ben strutturata e, nonostante fosse domenica, le persone si distribuivano più o meno equamente tra i padiglioni evitando file interminabili, anche se c’è da dire che ho personalmente evitato i padiglioni più grandi, preferendo rendermi conto di come realtà più piccole avessero risposto alla chiamata dell’esposizione universale. Girando tra i padiglioni ci si rende conto di quanto siano differenti, tra loro, i Paesi e di come si siano concentrati su alcuni aspetti piuttosto che su altri. È un’occasione unica, è un evento di portata mondiale ed è stato interessante poter viaggiare un po’ per il mondo in questo modo.
Tuttavia, rimane il pallino della contraddizione tra temi principali, nutrizione e alimentazione, e i principali sponsor dell’evento. Questo soprattutto perché i costi elevatissimi di esposizione hanno ovviamente compromesso la partecipazione di realtà più piccole ma pur sempre caratteristiche; anche alcuni Stati, come l’India, hanno rinunciato alla partecipazione per gli stessi motivi.
Direi, quindi, che Expo 2015 è l’esposizione universale di chi ha più denaro da investire e questo è palese già solo osservando la grandezza e lo sfarzo dei padiglioni stessi. Triste, ma vero.
Senza contare le controversie che si celano dietro la costruzione per quanto riguarda l’eccessivo sperpero di denaro a scapito della popolazione italiana. Mi chiedo, infatti, cosa ne sarà dell’area adibita all’Expo, una volta terminato.  Ma questa è tutta un’altra storia…

- Sher