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giovedì 15 dicembre 2016

Intervista a Roberta Trischitta, autrice di The Family Business - La Profezia



Un mese fa ho recensito un romanzo romantico di Roberta Trischitta, Cala il Sipario.
Dato che l'autrice ha appena pubblicato il suo nuovo romanzo, The Family Business - La Profezia, ho pensato di farle qualche domanda.
Stavolta ha lasciato in disparte il romance e si è dedicata al fantasy.

Ciao Roberta, parlaci del nuovo romanzo. 
In breve, la trama è questa.
Allison Marie Morgan ha un passato ingombrante ed un presente difficile. Al futuro nemmeno ci pensa perchè, a causa del suo "lavoro", dubita che ne avrà uno. Allison è infatti una cacciatrice del soprannaturale; una temuta ma giusta. Quando la felicità che credeva impossibile busserà alla sua porta, avrà il volto bello ed elegante del primo vampiro della storia; il millenario e potente Alpha Joseph Baxter. L'ombra di un'antica profezia però rischia di oscurare quel sentimento rendendolo più difficile di quanto già non sia.
Da dove hai preso l'ispirazione?
Dai numerosi telefilm che guardo, infatti come dico anche nella sezione “dedica” del libro, questo romanzo è un omaggio ai miei show preferiti.

Cosa ti ha spinta a cambiare genere?
Il fantasy mi ha sempre affascinata. Lo trovo un mondo misterioso e che apre ad uno scrittore varie possibilità. Non c’è quasi niente che in un fantasy non possa essere scritto e il personaggio principale di questo, Allison, ha gironzolato nella mia testa per un lungo tempo prima di vedere la luce. Dapprima è diventata protagonista di molte fanfiction, poi mi sono finalmente sentita pronta a dedicarle un libro intero, uno tutto suo. E l’ho fatto.

Hai un personaggio a cui ti senti più vicina?
Direi che c’è un po’ di me in quasi tutti i personaggi, forse quello a cui mi sento più vicina è Oliver. Non per le crisi da omicida ovviamente (ahaha) ma per l’alternanza tra voglia di “arrendersi” e voglia di lottare.

Tornerai a scrivere storie d'amore o continuerai col fantasy?
Tornerò a scrivere d’amore, anzi l’ho già fatto. Ho due romanzi pronti ma non so ancora quando vedranno la luce. Ma continuerò anche col fantasy, voglio scrivere tutto quello che ritengo bello ed interessante e non chiudermi alcuna porta.

Ma parliamo di te. Cosa ti ha spinto a dedicarti alla scrittura?
Sembrerà banale ma più di ogni cosa perché è un modo di esprimersi. Un po’ come i quadri per un pittore o le foto per un fotografo. Nella scrittura puoi travestirti di mille colori, puoi anche nasconderti a volte e magari scrivendo pensi di farlo, ma poi rileggi e ti accorgi che invece ti sei svelata fino in fondo, e che è stato facile farlo. Molto più facile di quanto non sarebbe a voce.

Secondo te, qual è la cosa più difficile mentre si scrive?
La cosa più difficile… credo creare i personaggi e farlo bene, creare personaggi coinvolgenti e originali ma anche semplici, con cui il lettore possa entrare in sintonia con facilità. E anche superare eventuali blocchi dello scrittore. Una cosa che invece proprio mi piace scrivere e che mi viene facile sono i dialoghi.

Una cosa che ti aiuta a scrivere?
La musica e anche la lettura. Mi sono accorta che subito dopo aver letto un libro scrivo con più facilità e meglio anche.

Un libro che consiglieresti?
Il piccolo principe. Credo che almeno una volta lo debbano leggere proprio tutti.

Grazie per l'intervista Roberta. Spero di averti di nuovo come ospite del salotto!
- Lynn


E voi lettori, non dimenticate di visitare la nostra pagina Facebook!

sabato 19 marzo 2016

L'ora del Diavolo: intervista all'autore Alessio Del Debbio

1) Ciao Alessio e benvenuto nel salotto di Storici&Salottiere! Presentati ai nostri lettori! Qual è
stato il tuo percorso di scrittore?
Grazie mille per l’ospitalità. Devo dire che sono sempre stato un appassionato scrittore (alle superiori scrivevo temi di otto colonne, per grande disperazione della mia prof di italiano che poi doveva leggersele tutte!) e creatore di mondi, fin da piccolo mi piaceva creare storie, soprattutto in terre fantastiche. Poi crescendo ho iniziato a mettere insieme frasi, pensieri, idee raccolte per via col tentativo di farne un libro. Il mio primo romanzo è stato Oltre le nuvole, una storia di amicizia ambientata nella Viareggio dei giorni nostri, cui sono di recenti seguiti un prequel (Anime contro) e un seguito, Favola di una falena, ambientato durante gli anni universitari dei protagonisti, sebbene i tre romanzi siano autonomi e perfettamente fruibili anche senza aver letto gli altri. Al momento mi sto dedicando a un romanzo urban fantasy che spero possa trovare un editore!

2) L'ora del diavolo è una raccolta di racconti. Ce ne vuoi parlare?
L’ora del diavolo è una raccolta di racconti fantastici, tutti ispirati a leggende e tradizioni folkloristiche della Lucchesia e delle Alpi Apuane. Sono nati singolarmente, un po’ per dei concorsi a cui partecipato, un po’ durante alcuni corsi di scrittura che ho frequentato, un po’ perché mi andava di scrivere un racconto incentrato su una certa leggenda locale. Poi ho pensato di riunirli in un solo volume, essendo legati da un denominatore comune, ossia essere ambientati tra la Versilia, Lucca e le Alpi Apuane. È stato piacevole scriverli, e anche interessante, perché sono andato a ricercare leggende e costumi popolari della mia zona, raccontandoli in forma romanzesca. Su tutte c’è sempre l’ombra del diavolo che, come nella più classica fiaba popolare, ci mette lo zampino per adescare gli uomini e portarli al lato oscuro. La particolarità di quest’antologia è che, nonostante i racconti siano perfettamente fruibili singolarmente, essendo autoconclusivi, ho inserito qua e là piccoli riferimenti al fine di creare un unico universo narrativo in cui si muovono i personaggi dell’antologia.

3) Qual è la tua leggenda preferita? E perché?
Le apprezzo un po’ tutte, soprattutto quelle ambientate sulle Alpi Apuane. Spesso gli scrittori fantasy tendono a viaggiare con la fantasia, appunto, inventando mondi e luoghi che, invece, spesso esistono a pochi passi da loro. Località come la cascata dell’Acquapendente, il pozzetto dei matti, la buca delle fate, la Grotta del Vento, l’evocativo Bosco del Fatonero, esistono realmente, e mi è piaciuta l’idea di usarle come ambientazione delle mie storie, per farle anche conoscere a chi magari non è della mia zona. Anche perché l’Italia è ricca di leggende, soprattutto locali, un pozzo a cui un creatore di mondi non può fare a meno di attingere, anche per valorizzare le proprie origini.

4)In quale personaggio apparso ti rispecchi di più?
Oddio, difficile dirlo. In questi giorni mi sento un po’ come Daniele, il protagonista della favola che conclude il volume Che fine ha fatto Babbo Natale?, un adulto che continua a credere in Babbo Natale, incurante dei commenti di amici e parenti, solido nella sua fede genuina verso un mondo perduto di piacevolezze. Una visione romantica e disincantata che purtroppo molti hanno perduto. Anche se (e qua la favola diventa vita reale), come lui stesso scopre, per ogni sogno e per ogni eroe, c’è sempre un risvolto oscuro, e la strega che tenta di distruggere i suoi sogni è un po’ come la cruda realtà della vita che continuamente ci mette alla prova.

5)Secondo te, in che condizione è l'editoria italiana? Cosa si può fare a riguardo?
Direi che non è in buone condizioni, come il resto del Paese, del resto. Da un lato le case editrici, in quanto imprese, sono tartassate da burocrazia e tasse, che, come un cancro, distruggono l’economia dall’interno, per cui poche sono in situazioni positive; le case editrici medio-piccole fanno tanta fatica a sopravvivere. Dall’altro lato c’è un mercato in stagnazione, pochi lettori (un italiano su due non legge, e molti ne vanno pure fieri…) e tantissime offerte di libri, tra pubblicati e autopubblicati, un enorme afflusso che intasa il mercato, disorienta il potenziale (nuovo) lettore e impedisce agli scrittori realmente validi di emergere. Ci vorrebbe una bacchetta magica per sistemare tutto, ma, non avendola, suggerisco tre ricette, una per ciascun potenziale soggetto coinvolto: al governo direi di ridurre tasse e snellire la burocrazia, per far rifiatare questa povera economia; alle famiglie, direi di cercare di far avvicinare i propri figli alla lettura, presentando loro il libro come un amico, un compagno con cui possono condividere splendide avventure da soli; infine alle case editrici, forse dirò una frase controproducente (dal punto di vista di un autore che vuole emergere), ma credo che dovrebbero pubblicare meno libri, ma di qualità maggiore, e soprattutto promuoverli, farli conoscere. Ci sono tanti giovani autori italiani che nessuno conosce, ma non per questo sono meno interessanti dei grandi nomi che rimbalzano ogni giorno sui media. Infine al lettore consiglio di sperimentare, di non leggere sempre ciò che tutti leggono o di cui tutti parlano, ma di provare qualcosa di nuovo, un autore sconosciuto, un genere diverso dal solito; chissà, magari da un incontro casuale nascerà qualcosa di straordinario. Come è successo tra Thorin e Gandalf a Brea!

Non ci resta che augurare un grosso in bocca ad Alessio, sperando che torni a trovarci presto!

- Ruel

mercoledì 17 febbraio 2016

Cosa fa una coppia? Il progetto fotografico dei Vawen



Cosa fa una coppia solitamente? Esce la sera, mangia una pizza... crea una pagina per promuovere il proprio progetto fotografico.
Lei fotografa, lui edita. Rowena ci parla dei Vowen.

1. Allora Rowena, da dove deriva il nome Vawen della pagina?

A dire il vero da un gioco fra amici. Un giorno a pranzo stavamo cercando dei nomi per le coppie, il mio ragazzo si chiama Valerio e i miei amici mi chiamano Rowen e da lì Vawen. Suona bene, un po' fantasy, così quando abbiamo deciso di iniziare questo progetto abbiamo pensato di chiamarci Vawen.

2. Tu sei fotografa e lui editor, giusto? Che tipo di soggetti preferite fotografare?

Sì, a volte edito da sola le foto per provare, ma l'editor ufficiale è lui.
Abbiamo una grande passione per lo steampunk e le rievocazioni storiche, ma anche il cosplay non ci dispiace.

3. Da dove nasce questa passione?

Tanto tempo fa in una galassia lontana lontana... Ahah
Che io ricordi ho sempre amato le arti visive, quando mi misero per la prima volta in mano una macchinetta digitale ho scoperto che poter rendere immortali i ricordi era un bel gioco. Ho iniziato a dedicarmici più o meno seriamente nel 2011, con una Nikon Coolpix Rossa e le campagne attorno al paese dove vivevo. Non ho mai potuto permettermi un corso serio, mi sono ispirata ad altri fotografi (vivevo su DeviantART) e all'arte che ha sempre qualcosa da insegnare. Le mie fotografie non hanno la perfezione dell'esperienza, ma cerco di metterci l'anima (mia e del soggetto) in ogni scatto.
Per quanto riguarda le rievocazioni storiche, sono cresciuta in mezzo a spade e costumi d'epoca, mio padre è un rievocatore e mi piaceva considerarmi il suo fido scudiero.
Invece non ricordo come ho scoperto lo steampunk, ma in grande amore è rinato conoscendo la comunità degli steamers italiani attraverso lo Steamfest di Roma e poi lo Steamshoot che abbiamo organizzato a Palmanova (UD). Ora mi tocca lavorare al mio di costume!

4. Non tutti conoscono lo steampunk. Con tue parole, come lo definiresti?

In due parole è un “perché no?”
Lo steampunk parte da una domanda: cosa sarebbe successo se […] nell’epoca vittoriana?
E a partire da questa domanda fondamentale si delinea una realtà parallela alla nostra, spesso in una fumosa Londra molto simile a quella di un secolo e mezzo fa: donne con crinolina e uomini col cilindro… su macchine volanti, con armi futuristiche, congegni (spesso perfettamente funzionanti!) curiosi, il tutto alimentato dal vapore.
Per quanto riguarda i costumi i filoni sono diversi: molti riprendono la moda vittoriana con modifiche più o meno vistose (panciotto e cilindro con un braccio meccanico), altri prendono l’idea di base ma la fanno evolvere (abbiamo donne col corsetto e i pantaloni ad esempio).
Penso che il punto centrale dello steampunk sia l’inventiva e la personalità dello steamer, che emergono attraverso la scelta dello stile, dei costumi e degli oggetti creati. Non ci sono limiti, è un passato futuro da esplorare, in cui il progresso non divora né fa paura.

5. Progetti futuri? Manifestazioni storiche, eventi...

Per ora abbiamo in programma di partecipare al CUSplay Pisa, sono in gara come miglior fotografa proprio con una foto dello Steamshoot, e al Romics in primavera.
Per il resto accettiamo sempre suggerimenti su manifestazioni ed eventi e ci piacerebbe organizzare un altro shooting.

Grazie per l'intervista e in bocca al lupo per il contest! Alla prossima!

- Lynn

domenica 14 febbraio 2016

Il velo davanti agli occhi: intervista all'autore Massimiliano Felli

Interno del teatro San Carlo. Pur non essendo l'ambientazione del romanzo, rappresenta il lavoro o desiderio e di alcuni personaggi
Castrati, prime donne e prime uomini, canzoni e censura, Via Toledo e 'O mar in lontananza, Commissari boriosi e Ispettori ambiziosi, Ministri impiccioni e una buona dose di quel gusto per la teatralità che hanno reso famosi i napoletani nel mondo. Questi sono gli ingredienti di Il velo davanti agli occhi, il romanzo di Massimo Felli adatto per gli appassionati di giallo, canto, Napoli e storia. Un po' per tutti, quindi. Ora, però, è il caso di dare la parola all'autore.

1) Salve Massimiliano, parlaci un po' di te e del tuo percorso di scrittore.

Eccoci qua. Buongiorno a te. Comincio con qualche arida nota biografica, tipo quarta di copertina: ho trentun’anni, sono laureato in DAMS e in Lettere, ho fatto l’insegnante di latino e greco per un po’, ero borsista di Dottorato in Antichità classiche, nonché editor in una casa editrice che ora non c’è più (la crisi dell’editoria! Ne parliamo dopo, tanto so già che me lo chiederai…), e anche varie altre cosette, sempre in ambito artistico e umanistico. Oggi lavoro in banca, ma continuo a coltivare le mie passioni: del resto dove lo mettiamo Giuseppe Pontiggia, faccio per dire? E Italo Svevo? Pure lui – tanto nomini! – era bancario e scrittore. E, a proposito di gialli, Maurizio De Giovanni, che lavorava in banca prima di diventare un celebre autore di noir? (Bisognerebbe aprire una nuova branca di studi umanistici: un bell’esame di Letteratura Bancaria Comparata non ci starebbe bene nei piani di studi dei laureandi in Lettere!). Tutto questo per dire che non mi considero uno scrittore, il lavoro che mi sostenta è un altro. Si potrebbe pensare che una situazione simile sia penalizzante, e in effetti il tempo da dedicare alla scrittura non è mai abbastanza, però tali vincoli, tanto onerosi per me, sono una garanzia per il lettore: nulla di ciò che uno “scrittore” come me produce è casuale o tirato via stancamente per una qualche scadenza di contratto. Io se mi metto alla tastiera a scrivere un libro è perché proprio me lo sento sfuggire dalle dita. Altrimenti lascio perdere e vado a caricare la lavatrice, che ho un mucchio di camicie da lavare nella cesta!

2) Hai deciso di scrivere di un evento davvero accaduto. Come mai?

L’argomento mi interessava moltissimo: io sono un melomane, amo il teatro, ed ero molto attratto dall’opportunità di cimentarmi nella descrizione di un mondo affascinante come quello del melodramma ottocentesco, ricco di personaggi stravaganti, colorati, ricchi di personalità. E poi, come spiego nella nota storica finale – ecco, questo ci tengo a specificarlo: nella serie dedicata alle indagini del Commissario Cafasso (il secondo libro è in uscita e sto scrivendo il terzo) in calce ad ogni volume  c’è un resoconto delle mie ricerche storiche, perché il lettore possa, alla fine, capire fin dove mi sono attenuto al vero e da quale punto in poi mi sono lanciato nel vero-simile, ossia nel racconto di fatti romanzati ma plausibilmente ricostruiti secondo l’epoca in cui sono ambientati. Chiusa parentesi. Dicevo: nella scheda finale del volume racconto le vere biografie dei personaggi storici coinvolti nella mia finzione romanzesca e dichiaro, ed è la pura verità, che esse sono talmente interessanti da dare vita – per gemmazione, potremmo dire! – ad altrettanti romanzi, forse anche più divertenti del mio. Insomma vorrei che ognuna delle indagini di Cafasso fosse (a parte l’ingegnosità dell’intreccio “giallo”) uno scrigno di curiosità, aneddoti, piccole perle storiche, meglio se poco conosciute perché ancor più sfiziose. Giusto?

Il Ministro di Polizia Francesco Saverio del Carretto ci onora con la sua presenza!

3) Hai spesso usato un linguaggio colorito e a volte dialettale. Ti sei rifatto a fonti di qualche genere o hai tratto spunto dalla quotidianità odierna?

Beh, devi riconoscere che di termini in puro dialetto ce ne sono ben pochi, più che altro io lavoro sulla sintassi, utilizzando anacoluti, locuzioni plasmate sui modi dell’espressione in vernacolo, ecc., in particolare nel discorso indiretto libero, che è la sede deputata allo stream of consciousness, all’esposizione dei pensieri del personaggio. E noi italiani ragioniamo in dialetto, ci hai mai pensato? Io sono di Roma, e se qualcuno mi taglia la strada al semaforo posso anche apostrofarlo dicendo: “Il suo modo di guidare è inappropriato, caro signore”, per politesse, no? Ma nella mia mente risuoneranno espressioni ben più “sanguigne”, non so se mi spiego. Scherzi a parte, la ricetta che sto seguendo è l’uso di un italiano ricco, screziato di venature sintattiche vernacolari, ma ricco anche dal punto di vista dello sviluppo dei periodi: io questa paratassi cui molti ricorrono, questo scrivere frase-punto, frase-punto, lo trovo un impoverimento inaccettabile. La linea è sempre la stessa: da Manzoni a Gadda. Quelli sono i Numi tutelari, da tenere sempre presenti. Poi, certo, se mentre scrivo mi capita di sfogliare il Pasticciaccio va a finire che mi blocco, cancello quello che ho scritto e non tocco più il computer per qualche giorno… Beh, è il minimo.

C'è anche Adolphe Nourrit... più o meno


4) Cosa pensi del mondo editoriale e che prospettiva di crescita ha?

Eccola là, me l’aspettavo! Non c’è la domanda di riserva? Allora, affrontiamo l’argomento dolente: dico la mia esperienza. Io ho impiegato due anni a trovare un editore che si degnasse di leggere il manoscritto. Nessun altro aveva voluto neanche sfogliarlo. Il problema è che le case editrici sono sommerse (e lo so bene, perché anch’io ho lavorato nel settore) da valanghe di manoscritti spesso orrendi, e in quella melma tutto si perde. Sono orrendi appunto perché oggi tutti scrivono e nessuno legge. Ma sto dicendo banalità, cose risapute. La soluzione? Una soluzione “dall’alto” non mi pare che sia stata trovata, o forse non è stata neppure cercata. Io “dal basso”, nel mio piccolo, ho sempre letto molto e mi sono speso in moltissime iniziative per promuovere il teatro, la lettura… Speriamo bene, che ti posso dire? Ma non sono granchè ottimista. Tornando a Il velo davanti agli occhi, dopo moltissime mail automatiche di cortese rifiuto ho avuto modo di contattare Paolo Izzo, il titolare di Stamperia del Valentino, che ha letto (finalmente!) il libro, ne è stato entusiasta e mi ha chiesto di firmare per un’intera serie di gialli storici. Stamperia del Valentino è una casa editrice specializzata in saggistica sulla cultura e le tradizioni partenopee, andate a guardarvi il catalogo, è interessantissimo; ma non hanno mai pubblicato narrativa. Sorprendentemente, Paolo ha deciso di creare “Giallovalentino”, una nuova collana di narrativa gialla (comunque attinente al suo catalogo, dato il substrato storico che hanno i miei romanzi) e sono io che l’ho inaugurata! La cosa è stata davvero lusinghiera e lo ringrazio molto.

5) Quali sono i tuoi progetti futuri?

Ho tante idee, e chissà se le svilupperò tutte, e quando questo accadrà. Per quanto riguarda il Commissario Cafasso, spero che la serie andrà bene, e mi piacerebbe arrivare a mettere insieme almeno una tetralogia. E sarebbe molto bello anche riuscire a sbarcare sul mercato estero. Si vedrà! Incrociamo le dita. Anzi no, che devo andare avanti a scrivere il terzo romanzo…

Grazie per l'intervista e in bocca al lupo col prossimo romanzo!
- Ruel

lunedì 11 gennaio 2016

Ricardo y Carolina: intervista alle autrici Costantini e Falcone

Non fatevi illudere dalla copertina rosa. In Ricardo y Carolina c'è amore, c'è passione, ma c'è anche dolore, sangue e morte. C'è la revolución, in poche parole, quella immaginata e quella reale, quella romantica dei libri e quella cruda come la terra del Messico. E Carolina ci capita proprio in mezzo.

La giornalista italiana non voleva che mettere miglia e miglia tra sé e il suo promesso sposo, ma finisce al centro degli intrighi della corte, dove i veri padroni sono i francesi mentre Massimiliano fa da fantoccio. Una parte importante la recitano i Calleja de Hormigas, padre e figli, con i quali Carolina dovrà confrontarsi per uscire viva dal pasticcio che contribuirà a creare con il suo caratteraccio. Un libro non solo per donne, insomma, ma consigliato anche a chi vuole conoscere un momento storico non molto trattato in Italia.

Adesso è arrivato il momento di sentire le due autrici, Laura Costantini e Loredana Falcone.

Copertina di Ricardo y Carolina, edito da Goware

1) Prima di tutto, parlateci di voi. Come vi siete conosciute e com'è nata l'idea di scrivere romanzi a quattro mani?

Ci siamo conosciute sui banchi di scuola. Primo giorno del primo ginnasio. Due ragazzine con la comune passione per la lettura e la scrittura. Neanche un mese dopo eravamo lì a buttar giù il plot di un romanzo di fantascienza che narrasse le mirabolanti avventure di un’astronave il cui equipaggio fosse formato dalla nostra classe. Scrivevamo a macchina, con la carta carbone per la doppia copia, poi i fogli giravano tra i nostri compagni di classe che si appassionavano alle nostre/loro vicissitudini. Cominciò così e da allora non abbiamo mai smesso.

2) In Ricardo y Carolina c'è molta Italia, tanto che la domanda viene spontanea: perché ambientare il vostro romanzo in Messico piuttosto che nel Belpaese?

Il Messico ha molti punti in comune con il nostro paese. A cominciare da una bandiera tricolore quasi identica. In quel periodo storico (seconda metà del XIX secolo) sono ambientati molti romanzi storici e sul nostro Risorgimento è stato scritto moltissimo. Ci intrigava mettere in risalto l’afflato rivoluzionario di quegli anni, ma trattando un luogo e una situazione lontani da noi. Inoltre l’idea di un imperatore asburgico “esportato” per le manie di grandezza di Napoleone III e posto in una situazione che si rivelerà insostenibile fino al drammatico epilogo, ci ha invogliate a indagare i personaggi di Massimiliano d’Asburgo e di Carlotta. Vittime e carnefici allo stesso tempo, di sicuro i primi a illudersi che un simile esperimento potesse dare un risultato reale e creare una monarchia “americana” quando ormai le monarchie cominciavano a mostrare tutti i loro limiti.

La bandiera dell'Ita... del Messico

3) Ha per voi un significato particolare quel determinato periodo storico?

Crediamo di aver già anticipato la domanda. Ci piace però aggiungere che i nostri studi ci hanno portate ad amare moltissimo la storia moderna e contemporanea. Con una certa predilezione per i periodi più recenti, come la seconda guerra mondiale. E con la volontà di non dimenticare che, pur con tutte le sue pecche che la recente storiografia ha portato alla luce, il Risorgimento ha seminato aspirazioni che hanno finito col germogliare anche in un ambito inatteso. Risvegliando la consapevolezza dalle donne.


4) Le parti di Carolina sono in corsivo, come se solo una si fosse presa il compito di scrivere di lei. Se è così, per quale motivo?

No. Noi scriviamo insieme ogni singola parte, non ci dividiamo capitoli o personaggi. Carolina è la voce narrante. È l’aspirante giornalista che vuole condurre un reportage per dimostrare a un mondo maschile che anche le donne hanno voce, cuore, anima e capacità di interpretazione. È l’intellettuale dell’epoca che tiene un diario insieme privato e storico. Infatti scrive in prima persona ed espone il proprio punto di vista sulle vicende che sta vivendo.

Le autrici. Loredana Falcone a sinistra e Laura Costantini a destra


5) Carlotta, Carolina (tra l'altro, hanno due varianti dello stesso nome; è un caso?), Victoria e Juanita sono, chi in un modo o chi un altro, donne forti che sanno quelle vogliono, ma anche la più cenciosa prostituta sembra non voglia sottomettersi al destino che gli uomini hanno deciso. Sono donne moderne, ma sono anche ottocentesche?

Le donne nella Storia ci sono sempre state. Ma raramente è stato concessa loro la ribalta che meritavano e che non potevano raggiungere per volontà di una società patriarcale, con la quale facciamo i conti anche oggi, a distanza di due secoli. I libri di storia li scrivono i vincitori. Che sono stati per quasi duemila anni gli uomini. Lo dimostra la pessima fama che circonda Carlotta (l’assonanza con Carolina è stata involontaria; ma ci è piaciuto mantenerla). Ambiziosa, dalla psiche fragile, capricciosa, fatua. Così viene descritta. Eppure nelle fonti che abbiamo consultato, nelle lettere che scriveva, nell’amore che dimostrava nei confronti di Massimiliano (non del tutto ricambiato, ma abbiamo voluto che almeno in un’opera di fantasia il cuore dell’imperatore fosse tutto per lei) non è il capriccio, non è l’ambizione a raffigurarla consapevole, preparata e mai rassegnata. Il suo disperato tentativo di trovare aiuti internazionali per evitare l’inevitabile collasso dell’impero e la tragica sorte del suo uomo parla più di mille testi. Era una donna moderna, non perfetta ma perfettamente inserita nella sua epoca.


Noi di Storici&Salottere facciamo i più sentiti auguri a Laura e Loredana!

- Ruel
Roberto Leone

lunedì 21 dicembre 2015

Darkland, l'intervista all'autore Paolo Grugni

Quando devo comprare un romanzo storico, la prima cosa che faccio è controllare la bibliografia. Non
Darkland di Paolo Grugni
m'interessa se sia stato scritto o meno da uno storico di professione, ma è fondamentale che un autore si sia ben documentato prima di intraprendere la tortuosa strada del romanzo storico.Quindi, anche con Darkland di Paolo Grugni, sono andato direttamente alla fine. Al sessantesimo libro inserito nella bibliografia, ho perso il conto e, senza esagerare, dovrebbero esserci circa cento titoli.

Darkland è ambientato nel 2015, a 70 anni dal Processo di Norimberga. In Germania il nazismo non è del tutto morto, ed ora è pronto a rivelare al mondo la sua inquietante presenza... e potenza.

Ora la parola a Paolo, l'autore di Darkland.

1) Ciao, Paolo. Prima di tutto, spiegaci un po' il tuo percorso di scrittore fino a Darkland.

Ho iniziato a scrivere nel 2002 con il giallo Let it be, pubblicato da Mondadori nel 2004. Qui i Beatles sono un pretesto per scrivere di semiotica. Mi sono poi concentrato ad analizzare situazioni ambientali al limite.

In Italia Sharia, invece, parlo del fenomeno delle donne islamiche portate con l'inganno nei paesi d'origine per essere uccise senza clamore. Un altro tema a me molto caro è l'animalismo. Mi sono avvicinato al romanzo storico pian piano, ma ad un romanzo storico serio, non di quelle cazzate in costume: L'odore acido di quei giorni ricostruisce le vicende del '77 in Italia. Ne avevo sentito parlare ma nessuno di quelli con cui tentavo di discuterne sapeva tantissimo, quindi ho iniziato a studiare quel determinato periodo storico e ne è venuto fuori, appunto, L'odore acido di quei giorni.

Uso sempre giallo e thriller per raccontare la Storia, un po' per motivi commerciali e un po' per far avvicinare i ragazzi ad un passato recente del nostro paese che raramente viene studiato, come anche in La geografia delle pioggie, dove tratto il problema della 'ndrangheta in Lombardia. Ne L'antiesorcista parlo degli esorcismi ai quali la Chiesa ancora ricorre nonostante oggi sia chiaro che quelli che loro considerano "possessioni demoniache" non sono altro che problemi psicologici da curare in tutt'altra maniera.

Infine ho scritto Darkland, uscito nel 2015, edito da Melville edizioni.

2)Com'è nato Darkland?

Darkland è nato grazie ad un'intuizione: quello che ci era stato raccontato nel rapporto tra nazismo ed ebraismo non è la verità. Ho iniziato a studiare seriamente, per quattro anni, e questa intuizione si è poi rivelata giusta. Non solo: ribalta ciò che sappiamo e riqualifica l'immagine del mondo ebraico. Ho pensato che, quello che avevo scoperto, andasse divulgato. Ho così scritto un thriller che recupera la storia della Germania per mettere in guardia sul pericolo di queste forme di razzismo.

3)Come ti è venuta quest'intuizione?

Mi è venuta dal fatto che il nazismo ha sempre dipinto gli ebrei nel peggior modo possibile. Mi sono domandato se questo fosse frutto di una reale convinzione o una semplice propaganda per instillare nel popolo tedesco il concetto di razza inferiore. Mi era venuto il dubbio e così ho iniziato la mia ricerca. Che ha dato delle rivelazioni anche inedite.

4)Quali rivelazioni?

Ad esempio, quella connessa alla dieta vegetariana. Penso di essere stato il primo ad aver ricostruito che tipo di rapporto c'è tra nazismo e natura vegetariana. Pensa solo alla parola e scomponila: veget-ariano. Quindi si può dire che l'amore che alcuni nazisti provavano per gli animali sia da ricollegare ad un'idea di purezza razziale.

5)Si è più volte ipotizzato che Hitler sia stato vegetariano.

È veramente molto difficile stabilirlo con certezza ma, se effettivamente lo era, lo divenne quando ormai era al potere. Un suo cameriere italiano affermò di non averlo mai visto mangiare carne
[c'è anche da dire che lo stesso cameriere, nell'intervista, che abbiamo appena linkato, riferì di un gerarca nazista che vide Hitler mangiare prosciutto al forno. Come ben si sa, il prosciutto è carne di maiale. Nota aggiunta da - Ruel]. C'erano molti vegetariani anche tra i nazisti.

6) Prima hai parlato del "pericolo" che può giungere da queste "forme di razzismo". Quanto è fondato questo pericolo?

Non è certo da sottovalutare visti i proseliti che il neonazismo riesce ancora a fare ma, almeno in Germania, la cultura anti-nazista è fortissima: i bambini vengono bombardati fino alla nausea, nelle scuole, con messaggi anti-nazisti.

Ora mi vengono in mente gli scontri del 13 dicembre tra neonazisti e forze di sinistre, a Lipsia. E dei due neonazisti che hanno orinato sulla testa di un bambino, a Berlino, gesto molto più forte dal punto di vista simbolico rispetto agli scontri. Ma mi piace ricordare anche che, ad un raduno neonazista, un poliziotto ha abbassato la mano ad un uomo che stava facendo l'Hitlergruß. Quell'immagine ha fatto il gesto del mondo.

7)La differenza tra l'estrema destra in Germania e in Italia? Dove è più concreto il pericolo di una nuova deriva estremista?

Il pericolo sembra più alto solo perché il nazismo è nato in Germania, ma vedo più derive in Italia. I fanatici ci saranno sempre e la guerra ancora relativamente troppo recente per dimenticare.

8)Cambiando argomento, ho gradito molto i frequenti richiami a Tolkien. È un autore che ti piace o in qualche modo i neonazisti lo sentono vicino?

Non è un autore che gradisco, anzi. L'ho ripreso per un motivo ben preciso. Tra le fine degli anni '70 e inizio degli anni '80 ci sono stati alcuni raduni neofascisti in Italia, chiamati Campi Hobbit. Non so se i neonazisti citano Tolkien nei loro raduni, ma a me l'idea piaceva e l'ho ripresa.


9) In un passo citi Cesare Lombroso e il personaggio cerca di fare un'analisi lombrosiana del nazista. Secondo te è davvero possibile fare un'analisi simile?

Il protagonista vede nel poliziotto che ha di fronte il perfetto esempio della banalità del male. Ovvero un rappresentante della giustizia, dall'aspetto ordinario, il cittadino modello. Peccato sia nazista. Per cui accosta questo ragionamento a quello lombrosiano. Vede se è possibile capire dall'aspetto di una persona, quello che è realmente. Ma, seguendo questo ragionamento, il poliziotto sembrerebbe una  brava persona. In realtà, come detto, rappresenta "la banalità del male" [L'autore sta citando il saggio di Hannah Arendt, La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme. Nota aggiunta da - Ruel]

10) Quanto di te c'è in Jerzyck?

È una sovrapposizione sempre difficile da fare. In realtà non c'è nulla che mi accomuna a lui come così a tutti i personaggi. Lui è un accademico e io per saperne quanto lui ho dovuto fare quattro intensi anni di studio. Ovviamente, condivido il suo pensiero antinazista, ma non mi rappresenta tantissimo. Anche se è difficile capire quanto metti in un romanzo. Tu in un romanzo puoi, ma puoi essere anche un cameriere.

Grazie a Paolo Grugni per l'intervista e in bocca al lupo per tutti i suoi progetti!
- Ruel