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sabato 5 novembre 2016

Un film per il weekend: SETTE ANIME




Sette anime (regia di Gabriele Muccino, 2008) è un film che narra la storia di Ben Thomas, un uomo come tanti che, in quanto colpevole di un grave incidente stradale che ha portato alla morte 7 persone, cerca di sanare i propri sensi di colpa restituendo o salvando la vita a chi lo ritiene meritevole.

Un film che vede Will Smith e Rosario Dawson reggere circa l'80% della scena in una trama che tutto sommato funziona, ma in un approccio più di stampo commerciale che d'autore. Infatti il ritmo regge, l'intreccio c'è, ma il valore della resa è dovuto a due belle interpretazioni, il resto si rifà nervosamente al classico e ormai usurato eroe-titano che, per la redenzione, darebbe/farebbe qualsiasi cosa. Il personaggio vive sensi di colpa, vuole chiudere pari, salvare almeno 7 persone come se non vi fosse altra via per fare pace con la propria anima; le vite contate, come per non andare in rosso, con un maestoso sacrificio romantico-ottocentesco che chiude il finale come ormai ci si aspettava da mezz'ora di film.
Non può mancare, nei numerosi intrecci ai quali la sua ricerca disperata lo condurrà, anche una storia d'amore: molto dolciastra e con un sottofondo amaro e tormentato, ma verosimile e godibile dove appunto si lasciano interagire al meglio due ottimi attori che danno un tocco di originalità ad una trama della quale ormai si è capita la conclusione.

Con una buona idea di fondo si annega nell'antropocentrismo più americano possibile, Ben è giudice, sa in base a parametri etico-esperienziali chi "merita" e chi no di sopravvivere, fa tutto lui. Decide e interviene, gioca un po' a fare Dio. Sempre da solo, sempre eroico e reattivo, sa cosa è bene e lo applica con giusto qualche titubanza. Come film si fa guardare, è resa l'idea, ma che sia trattata in modo tale per cui valga la pena spenderci un film, non sono sicuro.



Se hai perso la recensione della scorsa settimana, puoi trovarla qui.
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- Alison


sabato 22 ottobre 2016

Un film per il weekend: FISH TANK



L'accento su una certa realtà adolescenziale, tra il già visto e il nuovo. Fish Tank (regia di Andrea Arnold, 2009) narra le vicende di Mia, una quindicenne che si fa strada tra le difficoltà di una periferia inglese estremamente ghettizzata; cresciuta senza padre, sogna di cambiare la sua vita attraverso il mondo della danza, ma saranno una catena di relazioni ed imprevisti a sancire il suo processo di maturazione. 

Un film che identifica in alcune esperienze cruciali dei totemici "rituali di passaggio"; liti violente con alcune coetanee, la contesa dello stesso fidanzato della madre, la fatica nel farsi strada in un contesto avverso in un clima di reclusione. Molto è già visto, alcune forme sono ridondanti, ma l'accento si pone sul sentimento, sulla sua confusione ed il modo in cui un'adolescente affronta il caos di un mondo adulto. Facile analogia, Mia si affeziona ad una cavalla imprigionata e cerca sempre di liberarla, sino a scoprirla morta per anzianità e cagionevolezza; così è il dispiegarsi della trama che ci porta a desiderare, assieme alla protagonista, la fuga da quel mondo. Questo grigio teatro non manca però di relazionarsi: tra l'egoismo, l'ira e la facilità con cui si possono perdere gli amici che viene mostrata sin dalle prime sequenze, vi è il totale rigetto della solitudine, a favore del bisogno di trovare qualcuno, di incontrarsi e scontrarsi pur di ristabilire un contatto con il reale. 

La parabola di questa ricerca, scandita da riti di maturazione, troverà suo culmine in una toccante (e quando lo dico, lo dico sul serio) scena finale in cui tutto il sentimento confuso ed annebbiato, accumulato sino a quel momento, trova apoteosi in un ossimoro, scandito da un chiarissimo "Ti odio" che trova sua unica lettura in un "Ti voglio bene." A mio avviso, è in questa medaglia a due facce l'abissale e sottilissimo confine che dona origine e volto al modo di sentire di un adolescente.


Se hai perso l'ultimo film consigliato, puoi trovarlo qui.
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- Alison

mercoledì 14 settembre 2016

“The Lady. L’amore per la libertà”: la forza del Myanmar sul grande schermo



Ci sono personaggi che diventano gli idoli di grandi e piccini. Personaggi dei fumetti, cantanti, attori, persone politicamente e socialmente impegnate. È bello avere qualcuno come modello, qualcuno da apprezzare e di cui seguire l’operato, qualcuno che ci dia stimoli per credere che il cambiamento non è un’utopia, qualcuno che sia una guida per realizzare i nostri sogni.
"The Lady", 2011
Anche io ho i miei idoli, più di uno, soprattutto appartenenti al panorama politico di ieri e di oggi. Una delle persone che più in assoluto ammiro e seguo per un milione di ragioni si chiama Aung San Suu Kyi.
La sua storia la conosco a memoria, ne ho scritto su questo blog e in altre occasioni, quando si parla di lei tutto il resto non esiste e ogni sua parola, ogni suo gesto sono per me un enorme incoraggiamento per credere che volere è potere, che non tutto è perduto, 


che il mondo può migliorare, che non bisogna abbattersi di fronte alle prime difficoltà che       appaiono insormontabili.
Tenacia, coraggio e speranza.

"The Lady", 2011
Ieri, per la prima volta, ho visto la trasposizione cinematografica della sua vita. Diretto da Luc Besson, “The Lady” (2011) è un capolavoro di emozione e drammaticità. È la storia vera di una grande donna , interpretata magistralmente da Michelle Yeoh, che ha lottato per il suo Paese, sostenuta dal marito Michael che non l’ha abbandonata, mai, neanche nella distanza, neanche nella malattia, ma è sempre stato al suo fianco, spronandola ad andare avanti e a non arrendersi, proponendola come premio Nobel per la Pace, titolo ottenuto nel 1991 ma ritirato da Suu Kyi soltanto nel 2012, facendo da intermediario tra lei e l’opprimente regime militare che ha soffocato il Paese per oltre un quarto di secolo. Lui, professore e attento padre di famiglia, verrà portato via da una malattia, senza la possibilità di vedere la moglie per l’ultima volta, ma sempre vicino e pronto a sostenerla. Lei, figlia del leader democratico ucciso dalle forze militari, viene rappresentata nella sua sfera più intima. Nel film viviamo insieme a lei il dramma della violenta repressione in atto in Birmania, della perdita della madre prima, e del marito successivamente. Viviamo la solitudine degli anni trascorsi agli arresti domiciliari, senza la possibilità di un contatto con il mondo esterno, viviamo l’emozione del conferimento del premio Nobel per la Pace e il discorso tenuta in sua vece dal figlio Alex. E, infine, viviamo la sua vittoria, sostenuta dal popolo birmano e mondiale, e la determinazione di chi non si è mai arreso, seppur con tutte le debolezze umane.

Aung San Suu Kyi
 
Un film da vedere, ma, soprattutto, da vivere. Un film che fa riflettere perché racconta di una situazione drammatica e reale vissuta per decenni da un popolo inerme di fronte alla crudeltà di un regime che si è imposto con la forza. Una storia ancora lunga e da scrivere, ma che, ora, è pronta per essere vissuta al meglio.

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Sher


giovedì 8 ottobre 2015

LIBRO VS FILM: Il bambino con il pigiama a righe. Da magone, il film



In quinta liceo, qualche anno fa, mentre ci addentravamo nello studio della Seconda Guerra Mondiale, dei compagni di classe mi suggerirono di vedere il film “il bambino con il pigiama a righe”, conoscendo la mia predisposizione per il genere drammatico che più drammatico solo i film tratti dai libri di Moccia.
Ho deciso di vederlo, ma prima di leggere il libro da cui ha preso ispirazione.

POLLICE IN GIÙ PER IL LIBRO, A MALINCUORE

John Boyne racconta l’orrore della drammatica parentesi storica dei campi di concentramento attraverso gli occhi di Bruno, un bambino di otto anni che vive con la famiglia a Berlino prima di trasferirsi in una casa in campagna a seguito della promozione ottenuta dal padre, ufficiale nazista. Bruno è costretto a lasciare la scuola, gli amici, i nonni, la Berlino bene, la sua realtà per essere catapultato in una realtà di cui non è consapevole. Crede, infatti, che il padre sia proprietario di una grande fattoria. In ogni caso, il bambino, trovandosi in solitudine, comincia a esplorare le zone circostanti, nonostante le ammonizioni dei genitori e della sorella Gretel che si innamora di un soldato al servizio del padre. Scopre così un campo di concentramento dove incontra Shmuel, un coetaneo ebreo che si trova dalla parte sbagliata del filo spinato. Nonostante l’evidente barriera, i due iniziano a conoscersi, a raccontarsi la storia della propria vita, riescono persino a giocare e, di tanto in tanto, Bruno procura anche del cibo al nuovo amico, in evidente stato di malnutrizione: è lui il bambino con il pigiama a righe.

Il resto della storia lo conoscete. Ciò che non mi ha convinto del libro è il modo in cui è scritto: raccontare un episodio così drammatico dagli occhi di un ingenuo bambino ha il grande vantaggio di sdrammatizzare tutto il contorno della persecuzione nazista. Tuttavia, complice anche il fatto che il romanzo sia molto breve, non sono riuscita a lasciarmi coinvolgere completamente dalle vicende e, in alcuni punti, Bruno è talmente impertinente nelle sue considerazioni che risulta antipatico. Sì, ha otto anni, va bene, ma diverse volte stavo per abbandonare la lettura.

LACRIME E RIFLESSIONI DURANTE E DOPO IL FILM

Da metà film ho proseguito la visione con la vista annebbiata. Il tema forte, le immagini dure, la freddezza di un padre responsabile di un campo di concentramento che trascina i figli con sé, un’amicizia che nasce oltre le barriere. Pathos. È una storia romanzata, d’accordo, ma sapere che tutto ciò è stato reale, le teste rasate e la lotta per un tozzo di pane, la disperazione di un figlio che non ritrova il padre tra altre migliaia di anime tutte uguali, tutte con lo stesso destino, mi ha fatto stringere i denti per arrivare alla fine.


Mark Herman, il regista, è riuscito a trasportare cinematograficamente tutte le sensazioni di Bruno. La storia è portata ai limiti della realtà, ma porta l’attenzione su temi forti di cui bisogna mantenere vivida la memoria.

IL PERSONAGGIO MIGLIORE E QUELLO PEGGIORE

Quest’ultimo, a mio avviso, risiede sicuramente nella figura del giovane Kotler, il tenente che –passatemi l’espressione- se la fa con la figlia del suo capo, la maliziosa Gretel. Spietato, il tenente picchia senza pietà chiunque gli disobbedisca, ebrei ovviamente. Arrivista, alla fine viene allontanato dal campo di concentramento per corruzione. Morirà nella battaglia di Berlino senza fama e senza gloria.
Il personaggio migliore non c’è e non chiedetemi perché.



GUARDATE IL FILM E, SE PROPRIO DOVETE, LEGGETE IL LIBRO

Probabilmente sarà l’unica volta in cui consiglio esclusivamente la visione del film; in questi casi, tuttavia, ammetto che le sensazioni personali facciano da padrona, essendo un tema caro a moltissimi registi, storici, scrittori, curiosi. Sia il romanzo che il successivo film sono di recente produzione, rispettivamente 2006 e 2008, e sono evidentemente contaminati da tutta la letteratura e la cinematografia precedente, nel bene e nel male. 


Le altre puntate di "LibriVsFilm" le trovi su Storici&Salottiere!
Sher