domenica 1 novembre 2015

Editoriale n°12: CUBA – USA, il gioco dell’Oca


191 favorevoli. 2 contrari. 0 astenuti.

Lo scorso 27 ottobre, durante l’Assemblea generale delle Nazioni Unite, gli Usa, insieme al fedelissimo Israele, ha votato contro la cessazione dell’embargo economico e finanziario contro Cuba. Di nuovo.


Già, perché dal 1992 al 2013, infatti, sono state approvate ventidue risoluzioni dell’Assemblea generale dell’Onu di condanna all’embargo unilaterale da parte degli Stati Uniti e questi ultimi hanno sempre votato “no”
Nonostante, specie negli ultimi anni, le più grandi autorità mondiali si siano pronunciate a favore della fine del blocco contro l’isola, ritenendo che queste misure estreme abbiano danneggiato non solo fortemente l’economia , la sanità, il turismo, lo sport cubani (i danni diretti causati dall’embargo americano su Cuba ammontano a oltre 70mila miliardi di dollari, saliti a 116 nel 2014), ma anche i rispettivi statunitensi. 
Nonostante il 97% dell’opinione pubblica cubano-statunitense sia favorevole alla riapertura totale dei rapporti. 
Papa Francesco di fronte alle Nazioni Unite
Nonostante la forte mediazione di Papa Francesco e l’esortazione ai responsabili politici “a proseguire su questo cammino” a favore “della pace e del benessere dei loro popoli, di tutta l’America, e come esempio di riconciliazione per il mondo intero”,  aggiungendo che  “il mondo ha bisogno di riconciliazione in questa atmosfera di terza guerra mondiale a tappe che stiamo vivendo”. 
Nonostante, a dicembre 2014, si sia verificata un’importante svolta in occasione di uno scambio di prigionieri che ha fornito il pretesto per la riapertura del dialogo diplomatico tra i due Stati, fermo restando l’embargo economico. Alla base di questo accordo c’è stato il consenso di Cuba al rilascio di Alan Gross, contractor statunitense arrestato nel 2009 con l’accusa di spionaggio a Cuba e condannato a quindici anni di prigione per aver distribuito materiale elettronico alla comunità ebraica de L'Havana. Parallelamente alla liberazione di Gross, è avvenuta anche quella di Rolando Sarraff Trujillo, importante spia statunitense imprigionata da venti anni nell'isola. Gli Stati Uniti, in cambio, hanno accettato di liberare per motivi umanitari tre agenti cubani, operativi in Florida con l’obiettivo di controllare la propaganda dei gruppi anti-Castro, in particolar modo quelli di Miami, detenuti dopo un processo controverso che nel 2001 li ha condannati per spionaggio.

Insomma, io ti do una cosa e tu, in cambio, un’altra, così facciamo la pace.

Storica stretta di mano tra Raúl Castro e Barack Obama

E allora perché continuare con questa inutile presa di posizione che va avanti da oltre cinquant’anni, da quando, nel 1962, gli Usa di J.F. Kennedy hanno ufficializzato l’embargo già in atto da qualche anno, da quando Fidel Castro nazionalizzò il petrolio e altri beni, concludendo, inoltre, un accordo commerciale con l’Unione Sovietica?
Perché il Presidente, da solo, non può fare tutto, ma ha bisogno del consenso unanime del Congresso, che continua a negare una politica di distensione. Obama, dal canto suo, grazie agli ampi margini di esecutivo, può comunque attuare delle misure volte a modificare l’implementazione della politica di blocco contro Cuba.  Ad esempio, autorizzando l’utilizzo del dollaro statunitense nelle transizioni internazionali di Cuba o l’apertura di conti corrispondenti in banche statunitensi da parte di entità cubane quali banche e imprese; eliminando la politica di persecuzione finanziaria contro l’isola; autorizzando esportazioni dirette a Cuba di prodotti statunitensi.
Mica male.

Tutti sperano nella risoluzione dei contrasti diplomatici tra Washington e L’Havana, o quasi.
Tutti si augurano che la fine dell’embargo possa portare alla normalizzazione dei rapporti tra i due Paesi, forse.
Tutti auspicano a poter ricevere la giusta e dovuta assistenza sanitaria che il blocco ha impedito per oltre cinquant’anni, portando alla morte centinaia di persone per mancanza di cure adeguate, essendo gli USA i principali detentori di case farmaceutiche.
Io, per il momento, mi auguro che si possa trovare una soluzione adeguata che però non permetta alla Coca Cola di esporre cartelloni pubblicitari grandezza-Colosseo nelle strade de L’Havana.
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Sher

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